La militanza paranoica di Nanni Moretti, dagli esordi a Bianca

Da outsider a punto di riferimento del cinema italiano

Il recente ritorno in sala di Bianca, uno dei film più importanti di Nanni Moretti, è l’occasione perfetta per tornare a riflettere sui primi lavori del regista. 

Doven­do sce­glie­re un regi­sta ita­lia­no da cele­bra­re (o disprez­za­re) in quan­to mag­gio­re e più com­ples­so pro­vo­ca­to­re dei nostri tem­pi, quel­lo di Nan­ni Moret­ti sareb­be senz’altro uno dei pri­mi nomi da tene­re in con­si­de­ra­zio­ne. Nel cor­so del­la sua lun­ga car­rie­ra, che con­ti­nue­rà con Suc­ce­de­rà Que­sta Not­te in usci­ta a dicem­bre 2026, il regi­sta si è impe­gna­to in una sin­go­la­re pro­du­zio­ne che ha sem­pre mes­so in discus­sio­ne lo sta­tus quo. 

Cine­ma, socie­tà, poli­ti­ca e tele­vi­sio­ne sono sol­tan­to alcu­ni ele­men­ti di un discor­so estre­ma­men­te ampio che lo por­te­rà a svi­lup­pa­re, dal 1973 fino ai gior­ni nostri, quel­lo che il cri­ti­co Rober­to Lasa­gna ha defi­ni­to un «cine­ma come cura», un «per­cor­so di sen­so, fat­to di riman­di inter­ni, strap­pi ed evo­lu­zio­ni, e di sono­re pre­se in giro del pro­prio ambien­te», ovve­ro quel­lo di una sini­stra che si spe­gne len­ta­men­te per lascia­re spa­zio a un indi­vi­dua­li­smo sen­za via di fuga.

Autarchia ed antagonismo 

Nel­la tra­smis­sio­ne Match, anda­ta in onda su Rai 2 (allo­ra Rete 2) tra 1977 e ‘78, tro­via­mo uno scon­tro che pas­se­rà alla sto­ria: quel­lo tra Nan­ni Moret­ti, pre­sen­ta­to come mas­si­mo espo­nen­te di un “pos­si­bi­le nuo­vo cine­ma ita­lia­no” dopo il suc­ces­so ina­spet­ta­to del suo pri­mo lun­go­me­trag­gio Io sono un autar­chi­co, e il gigan­te del­la com­me­dia all’italiana Mario Moni­cel­li (I soli­ti igno­ti, Ami­ci Miei…). Di que­sto momen­to pas­sa­to pre­sto alla sto­ria, emble­ma di un pro­ces­so di lun­ga dura­ta che già da diver­si anni sta­va get­tan­do luce sul mon­do under­ground del cine­ma ita­lia­no, l’idea che è rima­sta più impres­sa nell’immaginario col­let­ti­vo è quel­la di un Moret­ti arro­gan­te e pole­mi­co a tut­ti i costi, deci­so a osten­ta­re la sua natu­ra da “outsi­der” per for­za­re lo scon­tro con un mito con­si­de­ra­to intoc­ca­bi­le. La stes­sa idea che mol­ti si sono fat­ti guar­dan­do il ben più famo­so Ecce Bom­bo, usci­to nel ‘78, quan­do il pro­ta­go­ni­sta Miche­le Api­cel­la, alter-ego del regi­sta già pre­sen­te nel­la sua ope­ra pri­ma e desti­na­to a com­pa­ri­re in modo ricor­ren­te, urla «te lo meri­ti Alber­to Sor­di!». Ma è dav­ve­ro tut­to così sem­pli­ce? 

Un cinema statico

Il moti­vo di que­sta con­ce­zio­ne cari­ca­tu­ra­le del­la pri­ma fase di Moret­ti va ricer­ca­to nel­la natu­ra fon­da­men­tal­men­te sta­ti­ca del siste­ma cine­ma­to­gra­fi­co ita­lia­no, che ruo­ta­va attor­no a pochi e sem­pli­ci pun­ti di rife­ri­men­to da man­te­ne­re uni­ver­sa­li (ciò che Moret­ti, non a tor­to, defi­ni­sce «con­ce­zio­ne colo­nia­le» del cine­ma): i soli­ti atto­ri famo­si, le soli­te sce­ne ero­ti­che o di azio­ne, la soli­ta osses­sio­ne per il suc­ces­so eco­no­mi­co e di pub­bli­co che sop­pri­me qual­sia­si tipo di ricer­ca e spe­ri­men­ta­zio­ne crea­ti­va. Una for­mu­la che Moret­ti subi­sce come un peso schiac­cian­te e che deci­de di affron­ta­re con graf­fian­te iro­nia: in modo esa­ge­ra­to, pla­tea­le, con attac­chi gra­tui­ti che attra­ver­so le vignet­te mini­ma­li­ste ed arti­gia­na­li di Io sono un autar­chi­co o i dia­lo­ghi con­tor­ti di Ecce Bom­bo attac­ca­no e pro­vo­ca­no fron­tal­men­te il pub­bli­co, offen­den­do i suoi divi e i suoi gusti.  

Contro il sistema?

For­se, davan­ti a un siste­ma così mono­li­ti­co, que­sto sembra­va l’unico modo pos­si­bi­le per espri­mer­si. Die­tro que­sta pur sin­ce­ra pre­sa di posi­zio­ne, però, si nascon­de la vera intel­li­gen­za auto­ria­le di Moret­ti: così come cri­ti­ca il siste­ma degli “altri”, egli espo­ne le sue stes­se debo­lez­ze per­so­na­li, quel­le di una nuo­va gene­ra­zio­ne di sini­stra che non rie­sce a scen­de­re a pat­ti con i pro­pri fal­li­men­ti e con le pro­prie ina­de­gua­tez­ze; l’ombra del Ses­san­tot­to o l’incertezza nei con­fron­ti del­le don­ne e del fem­mi­ni­smo, anco­ra osser­va­to dall’interno dei cano­ni patriar­ca­li e non del tut­to com­pre­so, sono alcu­ni esem­pi del dram­ma nasco­sto die­tro gli sprez­zan­ti attac­chi poli­ti­ci al bigot­ti­smo del­la vec­chia guardia.

Pri­ma attra­ver­so un impro­ba­bi­le grup­po tea­tra­le e poi con un tri­ste ten­ta­ti­vo di auto­co­scien­za col­let­ti­va desti­na­to a sfo­cia­re in rab­bia e depres­sio­ne, in que­sti due film vedia­mo la rap­pre­sen­ta­zio­ne disar­man­te e sur­rea­le di gio­va­ni che odia­no il vec­chio sen­za riu­sci­re a fare i con­ti con il nuo­vo, con i pro­pri rim­pian­ti e i pro­pri pro­ble­mi, in un qua­dro di inces­san­te con­trad­di­zio­ne che pas­sa dal­la comi­ci­tà grot­te­sca al dram­ma, dal com­ples­so di supe­rio­ri­tà all’autocommiserazione. Pro­prio que­sti sbal­zi sono il ritrat­to per­fet­to del­le idio­sin­cra­sie che Moret­ti vuo­le met­te­re in sce­na in modo volu­ta­men­te irri­tan­te e ver­bo­so. In que­sta pri­ma fase Moret­ti gio­ca con­sa­pe­vol­men­te il ruo­lo del gio­va­ne «più pole­mi­co pos­si­bi­le» (paro­le del con­dut­to­re di Match) per ope­ra­re una cri­ti­ca su più fron­ti che evi­den­te­men­te non è sta­ta col­ta appie­no, dato che oggi di quel Nan­ni Moret­ti ci ricor­dia­mo solo la fac­cia­ta. 

Bianca, rappresentare la vecchia guardia

Pos­sia­mo indi­vi­dua­re la chiu­su­ra di que­sto perio­do nel 1984, anno di usci­ta di Bian­ca, dove Moret­ti dà ini­zio a nuo­ve rifles­sio­ni usan­do la stes­sa sen­si­bi­li­tà eccen­tri­ca dei pri­mi film in modo total­men­te diver­so, facen­do emer­ge­re l’elemento auto­cri­ti­co in for­ma “capo­vol­ta”.  

In Bian­ca il per­so­nag­gio di Miche­le si tro­va anco­ra in una situa­zio­ne di asso­lu­ta ina­de­gua­tez­za esi­sten­zia­le, ma que­sta vol­ta è lui a rap­pre­sen­ta­re la “vec­chia guar­dia”: met­ten­do­si nei pan­ni di un pro­fes­so­re di mate­ma­ti­ca in una scuo­la di ragaz­zi­ni con cui non rie­sce asso­lu­ta­men­te a comu­ni­ca­re, Moret­ti sot­to­li­nea il defi­ni­ti­vo crol­lo dell’ideologia poli­ti­ca a cui pri­ma face­va appel­lo, il trion­fo di un’alienazione che lo spin­ge a rifu­giar­si nel­le sue osses­sio­ni e nel­le sue nevro­si, già visi­bi­li nei film pre­ce­den­ti ma mai così spin­te. 

Il pessimismo maturo

L’autocritica gio­va­ni­le si tra­sfor­ma in malin­co­ni­co pes­si­mi­smo, final­men­te matu­ro nel­la sua com­pren­sio­ne dei cano­ni e dei gene­ri del cine­ma di lar­go con­su­mo (che non ven­go­no rifiu­ta­ti ma usa­ti con sapien­za e crea­ti­vi­tà) e nel rico­no­sci­men­to pre­co­ce di una cri­si stri­scian­te che por­te­rà, da lì fino ai gior­ni nostri, alla dolo­ro­sa deca­den­za poli­ti­ca del­l’I­ta­lia e al sen­so di alie­na­zio­ne esi­sten­zia­le ed inco­mu­ni­ca­bi­li­tà gene­ra­zio­na­le che oggi più che mai si fa sen­ti­re.  

Così, in un film che con­fer­me­rà il suo ruo­lo di pun­ta nel cine­ma ita­lia­no d’autore, Moret­ti rie­sce a rac­con­ta­re temi estre­ma­men­te per­so­na­li insie­me a mes­sag­gi di gran­de impor­tan­za socia­le e sto­ri­ca, rinun­cian­do alla sua tipi­ca ver­bo­si­tà esa­spe­ran­te in favo­re di uno sti­le più adat­to al pub­bli­co gene­ra­li­sta. Pos­sia­mo solo spe­ra­re che il suo recen­te ritor­no in sala in edi­zio­ne restau­ra­ta, distri­bui­ta da Cat Peo­ple, pos­sa por­ta­re a un rin­no­va­to inte­res­se per ciò che il cine­ma può dir­ci sul­le con­di­zio­ni in cui vivia­mo e sui pro­ces­si che le han­no gene­ra­te, oltre che a ulte­rio­ri appro­fon­di­men­ti sull’intera pro­du­zio­ne di un gran­de regi­sta.  

Con­di­vi­di:
Leonardo Scoini

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.