L’amnistia aveva l’obiettivo di non punire gli episodi di minore gravità commessi dai sottoposti, ma nella sua applicazione fu progressivamente snaturata.
Il mese di giugno del 1946 fu un mese importante. Gli italiani e, per la prima volta, anche le italiane, il 2 giugno scelsero la Repubblica come forma di governo dell’Italia post bellica. Contestualmente elessero i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe redatto la Costituzione repubblicana. Il 22 giugno De Gasperi, in quanto Capo Provvisorio dello Stato, emanò il decreto presidenziale 22 giugno 1946 n. 4, riguardo “Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari“, su proposta del ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti. L’amnistia è una delle cause di estinzione del reato, è un provvedimento di clemenza attraverso il quale lo Stato rinuncia a punire determinati reati. Anche l’indulto è un provvedimento di clemenza, il quale estingue in tutto o in parte la pena, ma non estingue il reato.

Perché un provvedimento di clemenza?
Le motivazioni di tale atto furono spiegate dallo stesso Togliatti nella relazione da lui redatta e presentata a De Gasperi in allegato al provvedimento in oggetto. Scrive: “È giusto che in questo momento un atto di clemenza intervenga per alleviare le condizioni anche di coloro che avendo violato la legge penale comune ne subiscono o devono subirne le conseguenze, e per arrecare un conforto sensibile a un numero ingente di loro familiari derelitti e angosciati”. Togliatti sostanzialmente propose questo provvedimento per arrivare alla pacificazione nazionale, premessa necessaria per la costruzione di un’Italia repubblicana che, nel giugno del 1946, era ancora lacerata dagli effetti della guerra e della lotta di liberazione. Un’altra motivazione, non riportata direttamente in quella relazione, ma chiara a tutti, fu la sostanziale impossibilità di effettuare una epurazione totale, in quanto moltissimi, in qualche modo, collaborarono col regime.
Le reazioni e gli effetti
Questo provvedimento non fu ben visto, soprattutto nel nord Italia. Anche la base del PCI di Togliatti non lo accolse di buon grado. Togliatti rispose che l’amnistia era stata, nella sua applicazione, snaturata ed interpretata in modo da causare scarcerazioni ingiustificate (che effettivamente avvennero). Infatti l’amnistia doveva essere solamente parziale e limitata ai fatti meno gravi, principalmente quelli commessi dai sottoposti. Nella pratica fu un’amnistia generalizzata, perché la magistratura, non ancora epurata, approfittò dell’ampio potere discrezionale lasciato da un linguaggio ambiguo e non troppo curato, che si prestò a interpretazioni estensive. Il 10 luglio intervenne, riguardo l’applicazione, una circolare che raccomandava ai giudici l’applicazione del provvedimento di clemenza anche ai partigiani.
Valutazioni storiche
Tra i molti studiosi che hanno analizzato le vicende di questa amnistia emerge Paolo Caroli, professore associato di diritto penale presso l’Università degli Studi di Torino, autore di due monografie su questa amnistia. Nella sua analisi Caroli afferma che: “La società italiana, per motivi diversi, ha interpretato l’amnistia come autoassoluzione, trasformando l’amnistia in amnesia”. Caroli sostiene che nell’Italia del dopoguerra si diffuse l’idea, alla base del fenomeno che identifica come “antifascismo militante”, che l’Italia fosse, almeno in maggioranza, antifascista. Questa visione si basa sull’idea di fondo che l’Italia sia stata inizialmente vittima di Mussolini e della guerra voluta da questo e dell’alleato tedesco; poi il paese eroico che si è “auto-curato”. Afferma successivamente che: “Il concetto di antifascismo, collante […] di ideologie diverse […], viene sì usato come fattore propulsivo del nuovo ordine costituzionale e fattore coesivo, ma svuotato e distorto, con funzione di ideologia della ricostruzione”. È qui che, secondo Caroli, nasce “l’amnesia”, perché nessuna forza politica della Prima Repubblica ha avuto un interesse al confronto con i crimini del fascismo come prodotto della società italiana con cui confrontarsi. Caroli, parlando di crimini fascisti, fa riferimento ai crimini commessi in Italia, ma anche nei Balcani e nelle colonie.
Conclusioni
Questo provvedimento, come tutti i provvedimenti di clemenza, appare incomprensibile. Potrebbe essere utile, invece di soffermarsi su questo singolo provvedimento, affrontare nel dibattito pubblico la questione dei crimini commessi dai fascisti italiani in diverse parti del mondo, invece di relegarla ai tribunali o di affrontarla in modo superficiale soffermandosi su questioni che non vanno ad indagare le cause profonde dietro questi crimini.
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