Perù, il voto che non basta a chiudere la crisi

Il nuovo presidente eredita un Paese segnato da instabilità politica, criminalità e sfiducia nelle istituzioni.

Il Perù ha eletto Keiko Fujimori dopo un ballottaggio polarizzato. Il risultato non cancella la crisi di un paese che in dieci anni ha cambiato otto capi di Stato.

 

Kei­ko Fuji­mo­ri ha vin­to le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Perù, con­qui­stan­do la pre­si­den­za al quar­to ten­ta­ti­vo. La can­di­da­ta con­ser­va­tri­ce di Fuer­za Popu­lar arri­va al gover­no dopo una cam­pa­gna cen­tra­ta su sicu­rez­za e ordi­ne pub­bli­co, in una nazio­ne dove cri­mi­na­li­tà e sfi­du­cia nel­le isti­tu­zio­ni sono all’ordine del giorno.

La sua vit­to­ria segna il ritor­no del fuji­mo­ri­smo al pote­re, ma non chiu­de la frat­tu­ra che quel nome con­ti­nua a pro­dur­re nel­la poli­ti­ca peru­via­na. Per una par­te dell’elettorato Fuji­mo­ri è la pro­mes­sa d’un gover­no più pre­ve­di­bi­le e vici­no agli inte­res­si eco­no­mi­ci del­la mag­gio­ran­za. Per un’altra, por­ta con sé l’eredità del padre Alber­to Fuji­mo­ri, pre­si­den­te negli anni Novan­ta e asso­cia­to alla lot­ta dura con­tro ter­ro­ri­smo e vio­la­zio­ni dei dirit­ti umani.

Un paese difficile da governare

Il nuo­vo pre­si­den­te sarà il nono capo di Sta­to del Perù in die­ci anni. È il dato che più chia­ra­men­te rac­con­ta la cri­si poli­ti­ca del pae­se: dal 2016 in poi, il Perù ha attra­ver­sa­to una serie di desti­tu­zio­ni e scon­tri con­ti­nui tra pre­si­den­za e Con­gres­so che han­no reso la gui­da del Pae­se una posi­zio­ne pre­ca­ria, espo­sta a mag­gio­ran­ze par­la­men­ta­ri instabili.

Que­sto non ha can­cel­la­to del tut­to la tenu­ta eco­no­mi­ca del Perù, soste­nu­ta soprat­tut­to dal­le espor­ta­zio­ni mine­ra­rie; ha però ero­so la fidu­cia nel­la poli­ti­ca e nell’efficacia del voto elet­to­ra­le, che ora riguar­da più del­la soli­ta alter­nan­za tra destra e sinistra.

Due candidati divisivi

Il bal­lot­tag­gio ha mes­so di fron­te due can­di­da­tu­re mol­to diver­se, ma entram­be segna­te da for­ti resi­sten­ze. Fuji­mo­ri ha pun­ta­to su una linea con­ser­va­tri­ce, favo­re­vo­le alla con­ti­nui­tà eco­no­mi­ca e alla repres­sio­ne più dura del­la cri­mi­na­li­tà. Il suo pro­fi­lo ras­si­cu­ra­va par­te dell’elettorato urba­no e impren­di­to­ria­le, ma impli­ca­va anche un pos­si­bi­le ritor­no al perio­do auto­ri­ta­rio del fuji­mo­ri­smo, inau­gu­ra­to negli anni Novan­ta con il padre Alber­to Fujimori.

Sán­chez, inve­ce, ha inter­cet­ta­to il voto di chi chie­de una rot­tu­ra più net­ta con il siste­ma attua­le: le sue pro­po­ste su nuo­va Costi­tu­zio­ne, sala­rio mini­mo e rego­la­zio­ne ambien­ta­le par­la­no a set­to­ri pro­le­ta­ri che non si rico­no­sco­no nel­la poli­ti­ca cen­tri­sta di Lima; pro­prio per que­sto, però, pre­oc­cu­pa­no impre­se e gran­di inve­sti­to­ri lega­ti al set­to­re mine­ra­rio (pila­stro dell’esportazione peruviana).

Una vittoria fragile

I due can­di­da­ti sono arri­va­ti al bal­lot­tag­gio dopo un pri­mo tur­no mol­to fram­men­ta­to, in cui nes­su­no è riu­sci­to a costrui­re un con­sen­so ampio. Mol­ti elet­to­ri non han­no vota­to per entu­sia­smo, ma per evi­ta­re che vin­ces­se l’altro can­di­da­to: una sfi­du­cia che arri­va dopo anni di cri­si isti­tu­zio­na­le. Le ele­zio­ni con­ti­nua­no a svol­ger­si, ma ogni ciclo sem­bra lascia­re il Pae­se più stan­co e meno con­vin­to che il voto pos­sa pro­dur­re stabilità.

Vin­ce­re le ele­zio­ni non signi­fi­ca, quin­di, auto­ma­ti­ca­men­te ave­re la for­za poli­ti­ca per gover­na­re. In un siste­ma fram­men­ta­to, con un Con­gres­so divi­so e osti­le, il rischio è che anche que­sta pre­si­den­za ven­ga con­su­ma­ta dal­lo stes­so mec­ca­ni­smo che ha inde­bo­li­to le precedenti.

Il risul­ta­to del bal­lot­tag­gio apre una nuo­va pre­si­den­za; non è det­to che apra una nuo­va fase.

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Elisa Basilico

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