Per comprendere la complessa realtà dell’Armenia abbiamo intervistato Giacomo Ferrara, giornalista specializzato nell’analisi sociopolitica dell’Europa orientale, del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale.
Domenica 7 giugno i cittadini armeni sono stati chiamati alle urne per eleggere la formazione di un nuovo parlamento. Cosa raccontano le ultime tornate elettorali della situazione politica armena? Chi ha vinto e perché?
«I risultati delle recenti elezioni dimostrano quanto sia divisa l’opinione pubblica armena. Il vincitore è Contratto Civile, ossia il partito dell’attuale primo ministro Nikol Pashinyan, salito al potere nel 2018 dopo la Rivoluzione di Velluto. Grazie al sistema elettorale vigente, gli oltre 700 000 voti ottenuti da Contratto Civile, equivalenti a poco meno del 50% delle preferenze, si sono tramutati in 64 seggi su 105 nell’Assemblea nazionale. Seguono le liste Armenia Fortedell’imprenditore Samvel Karapetyan e Alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan, che hanno guadagnato rispettivamente 29 e 12 seggi. Il quarto partito più votato è Armenia Prospera dell’oligarca Gagik Tsarukyan, ma il suo 3,9893% inferiore alla soglia di sbarramento ha precluso la possibilità di entrare in parlamento.
La vittoria di Pashinyan va attribuita soprattutto alla sua proposta politica, evidentemente giudicata innovativa e credibile. I suoi avversari, invece, sembrano ancorati al passato, fermi nella difesa di ciò che era stata l’Armenia prima del 2018. Del resto, Robert Kocharyan ha ricoperto la carica di presidente tra il 1998 e il 2008. Samvel Karapetyan, attualmente agli arresti domiciliari, è invece un imprenditore con cittadinanza russa, la quale gli impedisce di diventare primo ministro armeno. La Costituzione armena, infatti, richiede che i candidati abbiano detenuto esclusivamente la cittadinanza armena per almeno quattro anni, mentre il leader di Armenia Forte detiene due passaporti».
In Europa la vittoria di Nikol Pashinyan è stata spesso interpretata come un successo del partito filoccidentale. Si tratta di un’interpretazione parziale? L’Armenia potrebbe aderire all’UE nei prossimi anni?
«È vero: in Occidente le recenti consultazioni elettorali sono state narrate secondo le nostre categorie interpretative. Sarebbe riduttivo descrivere Pashinyan come un semplice leader filoeuropeo, sebbene abbia impiegato una retorica europeista per fini elettorali. Infatti, il programma di Contratto Civile parla di una politica multivettoriale: ciò implica senz’altro un cambiamento nei rapporti con Mosca, ma non l’inclusione dell’Armenia nel mondo euroatlantico di qui a breve. Per entrare nell’Unione Europea, Yerevan dovrebbe intraprendere numerose riforme e sottoporre il tema a un referendum popolare; ciononostante, questi interventi potrebbero non essere sufficienti.
L’adesione della Repubblica Armena – Stato senza sbocco sul mare circondato da Paesi non membri dell’UE – sarebbe difficile senza un contestuale ingresso della vicina Georgia, la quale però ha imboccato una traiettoria molto diversa. Infine, bisogna tenere in considerazione il nodo dell’Unione Economica Eurasiatica: Yerevan continua a far parte dell’UEE, l’unione economica che coinvolge anche Russia, Kazakistan, Bielorussia e Kirghizistan».
D’altronde, l’avvicinamento a Bruxelles non è sembrato il tema più discusso nel corso della campagna elettorale. Quali sono le questioni maggiormente presenti nel dibattito politico armeno?
«Quello dell’UE ha rappresentato un tema secondario per il vincitore, specialmente se confrontato con il problema dei rapporti con Baku. In particolare, Pashinyan ha evidenziato la necessità di raggiungere una pace definitiva con l’Azerbaigian, rinunciando alle velleità irredentiste ancora diffuse tra gli armeni. Il primo ministro promuove attivamente il concetto di Armenia reale, invitando i cittadini a dimenticare l’Artsakh, assieme ad altre regioni talvolta rivendicate dal nazionalismo armeno, per focalizzarsi soltanto sullo sviluppo della nazione esistente all’interno dei confini riconosciuti. La speranza del leader è che Turchia e Azerbaigian, una volta messi da parte gli antichi rancori, riaprano le frontiere e con esse le rotte commerciali verso Yerevan.
Un altro tema cardine è costituito dalla corruzione, che nella visione di Pashinyan affliggerebbe il sistema giudiziario e il mondo degli oligarchi. Per certi aspetti, il suo stile comunicativo continua a richiamare quello di un leader anti-establishment, nonostante governi il Paese dal 2018».
Pashinyan è una figura sempre più controversa. Alcuni osservatori ritengono che la Repubblica Armena stia attraversando un’involuzione autoritaria, parlando apertamente di democratic backsliding. Condividi queste preoccupazioni?
«È un tema estremamente complesso.
Dopo il 2018 l’Armenia aveva raggiunto livelli di libertà mai visti in passato. Tuttavia, negli ultimi tempi l’aria sta cambiando. Difatti, sulla base di accuse ancora tutte da provare, viene impedito ai principali leader dell’opposizione di lasciare il Paese. Perfino il catholicos della Chiesa Apostolica Armena, tacciato di russofilia da Pashinyan, ha subito restrizioni analoghe. A ciò si aggiunge l’arresto, avvenuto lo scorso anno, di alcuni blogger “colpevoli” di aver condotto un podcast antigovernativo. A mio avviso, questi sviluppi possono essere letti come indizi di un processo di arretramento democratico.
Un’ulteriore conferma in tal senso arriva dalle ultime elezioni, al termine delle quali la Commissione Elettorale Centrale ha annullato il voto in tre seggi per un eccesso di irregolarità. Secondo i regolamenti esistenti, la consultazione avrebbe dovuto essere ripetuta proprio in quei collegi; eppure, la Commissione ha ignorato la normativa, sostenendo che l’esito non avrebbe inciso sul risultato nazionale. Si tratta di un’interpretazione assai discutibile, perché il partito Armenia Prospera non è entrato in parlamento per poche centinaia di voti, dato che la soglia di sbarramento prevista si assesta al 4%. Curiosamente, il presidente della Commissione è un amico di infanzia del primo ministro».
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