Il primo lungometraggio di Ladj Ly si confronta con L’odio di Kassovitz per rendere giustizia alle banlieue (in cui è cresciuto), dimenticate dallo Stato e nelle mani della criminalità.
Francia, 2018. Da ogni parte di Parigi si radunano tifosi in festa per la vittoria ai Mondiali. Lo spirito di unità sportiva non annulla però le tensioni nella banlieu di Montfermeil, dove Victor Hugo aveva ambientato I Miserabili.
Al primo giorno di servizio, l’agente Ruiz deve confrontarsi con una realtà ben più violenta di quella di provincia dove lavorava prima. Assieme a Chris (Alexis Manenti), capo della BAC (Brigata Anti Criminalità), e il collega Gwada (Djebril Zonga), deve occuparsi del furto di un cucciolo di leone dal circo dei magiari, che ritengono responsabili la comunità nera del «Sindaco».
Questi equilibri delicati verranno messi in crisi quando la BAC arresterà Issa, minorenne con precedenti per furto, catturato in pieno giorno mentre gioca al campetto: mentre i suoi amici distraggono gli agenti con una sassaiola, Issa proverà a scappare in manette, ma Gwada gli sparerà un colpo di pistola anti sommossa. Ripresi dall’alto da un drone, i tre agenti dovranno trovare il video prima che il quartiere gli si rivolti contro.
Confrontarsi con La Haine
Sono molte le somiglianze riscontrabili con L’odio di Mathieu Kassovitz. Oltre alle tematiche e all’ambientazione, entrambi i film presentano tre protagonisti di temperamento diverso, dei quali sarà il più aggressivo a rimetterci. Inoltre, il nodo cruciale della vicenda è un colpo di pistola partito “per sbaglio” da chi detiene il monopolio della forza, casus belli che scatena la furia degli oppressi.
Ma più che ricalcare L’odio, è più corretto dire che I miserabili ne costituisce il negativo fotografico. A differenza di Kassovitz, Ly nelle banlieue ci è cresciuto: se L’odio abbondava di scene oniriche e virtuosismi tecnici, come i dolly zoom per sottolineare la distanza dei protagonisti dal contesto del centro parigino, I Miserabili presenta un taglio documentaristico nelle inquadrature (abbondano gli zoom repentini) e nella narrazione, con scene di vita quotidiana (la pratica della tontina).
L’esigenza di rendere giustizia alla periferia si vede nella rappresentazione del microcosmo dei personaggi che la popolano, per nulla frammentario come si potrebbe credere: dal ragazzo che cucina una bistecca al sole al bambino voyeur che spia le compagne con il suo drone, ognuno trova una sua ragione d’essere in questa tranche de vie contemporanea come espressione di una classe sociale dimenticata dallo Stato.
Una storia senza eroi
«Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Esistono solo cattivi coltivatori.» (Victor Hugo)
Nel film assistiamo a una giornata qualsiasi della BAC, tra perquisizioni, prepotenze e abusi di potere che culminano in un colpo di flash-ball contro un ragazzino. La violenza è sistemica: Ruiz deve prima fare i conti con lo spirito da camerata dei colleghi (specie di Chris), che gli affibbiano un soprannome che non gli piace (“Bisunto” per via del gel sui capelli).
Dall’altra parte, il quartiere è in balia della criminalità organizzata: oltre al Sindaco che chiede il pizzo per le bancarelle del mercato, c’è anche chi controlla il giro della prostituzione e chi quello della droga. Infine c’è Salah, ex criminale ora leader dei fratelli musulmani, al quale tutti si rivolgono in cerca di informazioni e di protezione. Sarà proprio lui che avvertirà Ruiz: «Voglio fidarmi di te. Ma non potrete evitare la rabbia», affidandogli la scheda SD con il video incriminato.
A rimetterci sono gli abitanti del quartiere, abbandonati alle violenze di polizia e criminali. Nessuno riuscirà a riportare l’ordine, quando la loro rabbia esploderà negli ultimi 10 minuti di guerriglia urbana. Nel faccia a faccia finale tra Issa con la molotov e Ruiz con la pistola, lo schermo diventa nero: non un segnale di speranza, ma di un conflitto che non verrà mai compiutamente sanato perché sempre alimentato con la violenza, dai tempi di Victor Hugo fino ai giorni nostri.

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