La regia di Serena Sinigaglia porta a Spoleto le Eumenidi, rileggendo con abilità la tragedia di Eschilo. La trasmissione dello spettacolo sulla Rai offre l’occasione di analizzare la differenza tra l’esperienza dal vivo e la fruizione televisiva.
A inizio luglio ha debuttato al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nella suggestiva Basilica di San Salvatore, Eumenidi. Tutta, tutta del padre io sono. La regia di Serena Sinigaglia, dopo il capolavoro di Supplici e la buona riuscita di Lisistrata, ha ancora una volta ripreso le voci del teatro classico avvicinando i temi al pubblico contemporaneo senza profanare testo e significato. L’opera di partenza è Eumenidi di Eschilo, l’ultimo capitolo della trilogia dell’Orestea: Agamennone, Coefore ed Eumenidi.
Il mito e le contraddizioni della nuova giustizia
Le tre tragedie coeve narrano l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del figlio Oreste sulla madre, la sua persecuzione da parte delle Erinni, dee della vendetta e, infine, la sua assoluzione. Lo spettacolo mostra lo scontro tra le antiche divinità Erinni e la giovane Atena, che difende Oreste: uno scontro tra il diritto naturale che vendica gli assassinii di sangue e il diritto civile, che pone fine all’infinita catena di morti. Si tratta della nascita di una nuova giustizia, sancita con la fondazione dell’Areopago ateniese. Il sottotitolo Tutta, tutta del padre io sono riprende le parole di Atena, generata dalla sola mente di Zeus, e permette ad una questione spinosa di emergere: cos’è più sbagliato, uccidere un marito, eroe glorioso amato dagli dèi, o uccidere una madre, che custodisce e cura nel suo grembo? Nell’incertezza non si possono non citare i precedenti: tra le ragioni di Clitennestra si ricorda l’assassinio della figlia Ifigenia, sacrificata dal padre perché il vento potesse alzarsi e guidare le navi fino a Troia, alla guerra. Il grido straziante di Sandra Zoccolan nelle vesti della giovane suggerisce un’analogia con tutte le vite innocenti spezzate dai conflitti odierni: «Cosa c’entro io con la guerra?». Numerosi sono gli spunti come questo che, se colti, aprono una prospettiva sugli aspetti contraddittori che vivevano nell’antichità e nei suoi miti e che sopravvivono nel nostro presente.
Le criticità del teatro sullo schermo
Lo spettacolo è tanto piaciuto che si è deciso di riprodurne una replica su Rai 5 – il 18 luglio – e di renderlo disponibile sull’archivio digitale RaiPlay. Il fatto offre l’occasione di riflettere sulle differenze della fruizione del teatro dal vivo e attraverso uno schermo. Se la natura del teatro sta nella relazione, tra attori quanto con il pubblico, è chiaro quanta della forza emotiva della rappresentazione venga meno. Se il teatro è voce, corpo e movimento in una dimensione tridimensionale, lo spettacolo una volta registrato e riprodotto appare piatto e perde la sua potenza. L’opera Eumenidi. Tutta, tutta del padre io sono è esemplare. In omaggio alle modalità del teatro greco sono numerose le parti corali, in prosa o cantate; le voci sono pensate per rimbombare tra le pareti del teatro, provocando un effetto ancora più coinvolgente e suggestivo se innalzate tra le mura di una cattedrale antica. Queste, insieme alle grida di terrore di Oreste, di rabbia delle Erinni e di spaesamento delle Eumenidi, perdono, viste in televisione, il loro potere penetrativo.
I vantaggi della riproduzione video
Nonostante molte delle energie in scena si disperdano nella riproduzione televisiva, in essa emergono dei vantaggi da non trascurare. Innanzitutto, la possibilità di vedere più volte la rappresentazione, cosa che consente di meglio cogliere gli snodi narrativi della curata drammaturgia di Gabriele Scotti – perdendo però, ancora una volta, quella peculiare caratteristica propria del teatro di essere «qui ed ora». Un aspetto che appare nuovo e interessante è la possibilità di notare l’intensa espressività delle attrici: come gli sguardi di Arianna Scommegna, corifea delle Erinni, o di Giorgia Senesi, perfetta Atena, che riescono a superare lo schermo e a restituire profondità teatrale. Più in generale il vantaggio dei primi piani sui volti consente allo spettatore di soffermarsi sui dettagli – rughe espressive, smorfie, occhiate – che dalla poltrona di un grande teatro non si avrebbe il piacere di notare.
Tuttavia, un’operazione di trasposizione del teatro in televisione è possibile solo con performance mature e magistrali; e anche così, non riesce a conservare ciò che il teatro è sempre stato: presenza.

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