Il 24 luglio il Venezuela ha celebrato Simón Bolívar. Nel primo anniversario dopo Maduro, il nome del Libertador torna a essere un simbolo politico conteso.
Il 24 luglio in Venezuela è festa nazionale. Si celebra il Natalicio del Libertador Simón Bolívar, nato a Caracas nel 1783 e diventato figura centrale dell’indipendenza latino-americana.
Quest’anno la data arriva in un momento particolare: per la prima volta dopo anni, il Venezuela la celebra senza Nicolás Maduro al potere, ma con Delcy Rodríguez alla guida di un governo ad interim e un nuovo dialogo annunciato con l’opposizione. L’anniversario, quindi, si pone come primo banco di prova del Venezuela dopo Maduro: una nazione che continua a celebrare Bolívar, ma deve capire se il suo nome possa ancora essere memoria nazionale o resti legato al linguaggio politico che il chavismo ha costruito attorno a lui.
Il Bolívar storico
Bolívar nasce come membro d’una famiglia creola dell’aristocrazia venezuelana, legata alla ricchezza coloniale e apparentemente lontana da ideali rivoluzionari. Eppure, tra gli anni Dieci e Venti dell’Ottocento si trova a guidare campagne decisive per l’indipendenza dell’America meridionale: il suo progetto non era solo liberarsi dalla Spagna, ma evitare la frammentazione delle nuove repubbliche in favore d’un continente unito politicamente e forte nel suo potere centrale — un sogno mai destinato a realizzarsi.
Da Bolívar al bolivarismo
Il legame tra Bolívar e il Venezuela contemporaneo passa soprattutto da Hugo Chávez, eletto presidente nel 1998. Con lui il Libertador diventa il simbolo della cosiddetta Rivoluzione bolivariana: un progetto politico fondato su redistribuzione della ricchezza petrolifera e critica agli USA. Nel 1999, la nuova Costituzione cambia anche il nome del paese in Repubblica Bolivariana del Venezuela e inserisce Bolívar tra i riferimenti morali e politici dello Stato.
Il chavismo sfrutta Bolívar per presentarsi come erede della lotta per l’indipendenza e della sovranità latino-americana. Alla morte di Chávez, nel 2013, Nicolás Maduro ne eredita linguaggio e potere; ma in un crescente stato di crisi economica e repressione del dissenso, il suo richiamo perde forza e si trasforma in difesa ideologica della continuità d’un sistema oppressore.
Monroe, Trump e l’autonomia latino-americana
C’è un altro motivo per cui questo anniversario non è solo commemorativo. Nel 1823, pochi anni dopo le guerre d’indipendenza, il presidente statunitense James Monroe formula una dottrina che avrebbe segnato a lungo i rapporti tra Washington e il continente, vietando nuove ingerenze europee nelle Americhe. Con il tempo, però, quella formula viene letta come giustificazione dell’intervento statunitense in America Latina.
Oggi quel linguaggio è tornato: l’amministrazione Trump ha rilanciato una versione aggiornata della Dottrina Monroe, legandola a questioni di sicurezza migratoria e narcotraffico. Il Venezuela che festeggia il Libertador rientra in questo quadro anche per il forte peso delle sue risorse energetiche petrolifere. Non isolato dagli equilibri regionali, deve fare i conti con pressioni diplomatiche storiche e nuove sanzioni da Washington. La sovranità, uno dei temi centrali del linguaggio bolivariano, resta ancora una questione aperta.
Dopo decenni di chavismo, Bolívar rimane ovunque: dal nome ufficiale dello Stato, all’identità politica costruita dall’esecutivo. Il dopo Maduro non cancella questo uso del suo mito; piuttosto, lo lascia in eredità al nuovo Venezuela, che dovrà scegliere se continuare a usarlo come strumento di legittimazione indipendentista o separarlo dalla propaganda di Stato.
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