Recentemente distribuito in Italia da I Wonder Pictures, con questo nuovo lungometraggio il regista rumeno continua il suo viaggio nelle dimensioni più buie della società contemporanea.
Radu Jude è ormai ampiamente conosciuto come una delle voci più interessanti ed originali del cinema contemporaneo, in particolare dopo l’Orso d’oro al Festival di Berlino per Bad Luck Banging or Loony Porn (2021) e per il sorprendente Do Not Expect Too Much from the End of the World (2023). Con il nuovo Kontinental ‘25, girato in contemporanea con il suo particolarissimo Dracula (2025), Jude conferma di meritarsi questo ruolo.
Slow cinema
Il film segue la vita quotidiana di Orsolya, un ufficiale giudiziario che deve sfrattare un senzatetto dall’edificio abbandonato in cui dorme regolarmente, destinato a diventare un hotel di lusso; in seguito allo sfratto, l’uomo si toglie la vita, provocando un enorme senso di colpa nella coscienza della protagonista.
A partire da questa semplice premessa, il regista si incammina in una narrazione lentissima dove tutto viene sistematicamente ridotto all’osso, annegato in dialoghi estremamente prolungati e in una regia quasi completamente statica. Lo stile tipicamente esagerato e sopra le righe di Jude, che ha già puntato più volte sul kitsch e sulla trasgressione più totale (basti pensare alla scena di apertura del già citato Bad Luck Banging, una lunga sequenza pornografica del tutto non simulata) si trasforma in un minimalismo che, con le sue lunghe riprese ambientali, sembra un film di Tsai Ming-liang senza i suoi inevitabili momenti poetici, sostituiti dalla profonda sensibilità politica e sociale che invece non manca mai nei film di Jude.
Lo sguardo cinematografico sparisce completamente in favore di un’estetica del tutto neutra (il film è girato interamente con un iPhone 15) e di una regia apparentemente priva di personalità che sembra quasi una telecamera nascosta che spia costantemente la protagonista. Così, Jude confeziona un film che pare spogliato di qualsiasi merito artistico, guidato soltanto da una quotidianità senza azioni o emozioni.
Realismo capitalista
Come dichiarato anche dalla locandina del film, Kontinental ‘25 riprende palesemente il famoso Europa ‘51 di Roberto Rossellini, gigante del neorealismo, incentrato sul dramma di una donna borghese, Irene, che in seguito al suicidio del figlio dedica la sua vita all’altruismo verso i più deboli. Il film di Rossellini è naturalmente un grande classico del cinema, celebrato da innumerevoli altri autori e critici come uno dei migliori esponenti del cinema del secondo dopoguerra, ma con il suo ultimo lavoro Radu Jude non si limita a compiere un omaggio; Kontinental ‘25 è una perfetta decostruzione dell’ottimismo melodrammatico di Europa ‘51, della profonda, ma forse anche ingenua, esaltazione che riserva alla sua protagonista.
Quasi tutte le situazioni del film di Rossellini vengono riprese da Jude e minuziosamente svuotate di pathos, sradicate dal contesto fiabescamente fantasioso dell’opera originale e trasformate in uno spietato affresco della nostra realtà. Se Irene riesce a salvare un bambino malato comprando senza esitazione una medicina che i genitori non potevano permettersi, davanti alla stessa situazione Orsolya può soltanto pensare alle piccole donazioni di due euro con cui aiuta i bambini di Gaza ogni mese.
Se nella sua celebre opera L’immagine-tempo Deleuze vede nella protagonista di Europa ‘51 «Qualcuno che subisce il tempo, la storia, la crisi, e da questo stato fa nascere una visione inedita» (Sofia Buttarelli — Deleuze: il cinema come mappa, Il Manifesto), in quella di Kontinental ‘25 oggi possiamo vedere la testimonianza di una persona che ha sviluppato una coscienza sufficiente per sentire i mali del mondo come propri, ma che non potrà mai fare nulla di concretamente efficace. Il dramma contemporaneo non è quello di una donna che fa del bene e viene tacciata di follia, ma quello di una donna che da privilegiata non riesce comunque ad affrontare il sistema a cui deve, suo malgrado, assoggettarsi per sopravvivere. In altre parole, l’impotenza verso le ingiustizie di un capitalismo che viene percepito come inevitabile.
Il ruolo del film nella filmografia del regista
Rinunciando alla componente artisticamente più alta di Europa ‘51 e alla funzione sostanzialmente didattica del suo dramma umano, Radu Jude porta avanti un discorso che non è certamente una novità nel contesto della sua filmografia. Sin dai suoi primi cortometraggi, il prolifico regista romeno si è sempre impegnato in una critica tanto lucida quanto sfrontata ai particolari problemi di razzismo e xenofobia del suo Paese natale. Anche se Kontinental ‘25, ambientato nella Transilvania da tempo contesa tra Ungheria e Romania, continua a soffermarsi su queste tematiche (per esempio: in seguito al suicidio del senzatetto, la protagonista viene presa di mira sui social in quanto ungherese) possiamo notare il suo ruolo in un processo più lungo che sta portando Jude a rendere i suoi film sempre più universali, pur partendo da contesti specifici: i problemi della Romania, siano essi raccontati con lo stile più elaborato e surreale di Do Not Expect Too Much from the End of the World o con quello più scarno di Kontinental ‘25, sono in qualche modo quelli di tutti noi.
La bravura di Jude, che da Dracula in poi sta dimostrando un particolare interesse per la crescente problematica dell’AI, sta proprio nel non cadere mai nella banalità e nella retorica, anche con un film volutamente sottotono: attingendo sempre più spesso dai classici del cinema e dell’arte, Radu Jude continua a creare visioni autoriali del tutto sorprendenti.
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