Attraverso Corrado, Pavese ci interroga direttamente: l’indifferenza è un rifugio o una colpa? E quando il privilegio di non scegliere diventa complicità?
Corrado è un docente di scienze nella Torino dei primi anni Quaranta. È in corso la Seconda guerra mondiale e i bombardamenti non risparmiano il capoluogo piemontese; così, la sera sale in collina. L’ambiente collinare appare un «mondo altro» dove tentare l’evasione dalla Storia. Qui entra però in contatto con la Resistenza attraverso un gruppo di partigiani che si riunisce all’osteria Le Fontane e ritrova Cate, sua vecchia fiamma. La donna ha un figlio, Dino – diminutivo che nasconde lo stesso nome del protagonista – di cui Corrado teme di essere il padre.
L’illusione del rifugio crolla con l’armistizio dell’8 settembre: il conflitto si radicalizza e non risparmia più alcuno spazio. Così ha inizio l’esodo di Corrado verso il paese natale (“di là dai boschi e dal Belbo”), un viaggio che lo costringe ad attraversare la realtà brutale della guerra da cui ha sempre cercato di fuggire. Raggiunta la meta, non trova alcuna catarsi: gli resta solo convivere con sé stesso e con i propri dubbi.
La zona grigia
La trama presenta evidenti richiami autobiografici. Pavese, come Corrado, non partecipa né alla guerra né alla Resistenza: rimane fuori, isolato e inerme, ad assistere. Come Elsa Morante e Alberto Moravia, vive la guerra da estraneo, collocandosi in quella complessa compagine intellettuale definita «zona grigia». Si tratta degli intellettuali che scelsero il distacco sia dal fascismo sia dall’antifascismo militante, cercando riparo in luoghi remoti (nel suo caso, Serralunga di Crea, nel Monferrato).
Il protagonista vive lo stesso dissidio interiore che l’autore stesso ha sperimentato, tra la solitudine contemplativa e la presa di posizione che gli eventi richiederebbero. Corrado diventa un inetto, un uomo in bilico, incapace di decidersi né nella vita pubblica né in quella privata. Egli è diviso tra Torino, dove insegna, e la collina, dove vive una vita tranquilla in cui la guerra è qualcosa di cui si sente parlare solo alla radio. Allo stesso modo, non riesce a prendere posizione in amore: i suoi sentimenti per Cate rimangono irrisolti, così come il senso di paternità nei confronti di Dino, un legame che Corrado intuisce ma non ha il coraggio di rivendicare fino in fondo.
La maggiore indecisione riguarda però l’impegno politico. Corrado frequenta militanti antifascisti, ma non aderisce alla lotta partigiana e si trincera dietro il silenzio, espresso dalla stessa Cate: «Tu sai molto ma non dici niente». È inoltre l’unico a non subire le conseguenze dei rastrellamenti e degli arresti che colpiscono il gruppo dell’osteria. Il romanzo diventa così una riflessione sulla colpa di una fuga perpetua da un conflitto inevitabile, in relazione al desiderio del protagonista di vivere una vita tranquilla (specchio della volontà stessa di Pavese).
Una guerra civile
La dicotomia tra partigiani e repubblichini porta Pavese a offrire un’interpretazione precoce della Resistenza come guerra civile. Si tratta di un’autentica anticipazione intellettuale, se si considera che lo storico Claudio Pavone userà sistematicamente questa formula solo nel 1991. All’epoca, si trattava di un’interpretazione non condivisa da molti italiani, poiché ritenuta appannaggio del neofascismo. Questo nucleo tematico introduce nel romanzo un’analisi organica del conflitto fra le forze partigiane e quelle fasciste repubblicane: nel testo vengono evidenziate le violenze commesse da entrambe le parti. Agli occhi del protagonista – una persona che sceglie di non schierarsi – ciò che spicca su ogni altra cosa è l’insensatezza della morte e della violenza.
L’insensatezza della violenza e la paralisi dell’indifferenza
Il tema della guerra civile, infatti, va oltre il contesto storico. Per Pavese, «ogni guerra è una guerra civile» in cui la violenza si rivela in tutta la sua radicale insensatezza:
«Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. […] Ci si sente umiliati perché si capisce — si tocca con gli occhi — che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.»
La crudeltà e l’ingiustizia della morte vanno oltre ogni divisione politica; la tragedia finisce per unire gli uomini sia nel lutto sia nella colpa. Corrado osserva l’insensata sofferenza della guerra senza prenderne parte né riuscire a trovare una giustificazione morale per le morti che il conflitto provoca. Se da un lato il protagonista comprende la dolorosa condizione umana, dall’altro si rammarica dell’impossibilità di fermare la sofferenza collettiva. La figura dell’indifferente si rivela così strettamente affine all’inetto sveviano: un uomo incapace di relazionarsi con il mondo e irrimediabilmente alienato da esso.
In un momento storico in cui molti di noi si trovano nella condizione di Pavese, ad assistere inermi alle guerre, è oggi più che mai fondamentale rendersi conto che non tutti hanno il privilegio di essere semplici spettatori. Bisogna trasformare l’indecisione in azione, superando la paralisi dell’indifferenza.
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