La decisione di rinnovare l’arsenale statunitense venne presa dal presidente Obama più di dieci anni fa. Sebbene il contesto internazionale sia cambiato molto, ciò non ha avuto un impatto radicale su questo processo, ma gli elementi di discontinuità sono in crescita.
La scelta di rinnovare l’arsenale nucleare statunitense tramite l’introduzione di nuove piattaforme progettate ex novo fu maturata nel corso della presidenza Obama, nei primi anni dello scorso decennio. Allora, i rapporti tra gli Stati Uniti, la Cina e la Russia erano più cordiali. Washington e Mosca avevano da poco siglato il trattato New START (New Strategic Arms Reduction Treaty), riducendo ulteriormente i rispettivi arsenali nucleari, e Pechino non aveva ancora iniziato la massiccia espansione del suo deterrente nucleare, attualmente in corso. Pertanto, i piani elaborati in questo ambiente non erano una risposta alla presenza di imminenti esigenze militari, ma all’invecchiamento dei sistemi d’arma in servizio da decenni.
I documenti pubblicati durante la seconda amministrazione Obama rispecchiano la volontà di attenersi ai limiti imposti dal trattato e alla possibilità di ulteriori negoziati; ne è un esempio il nuovo modello di sottomarino balistico nucleare classe Columbia che andrà a sostituire gli attuali battelli di classe Ohio, che dispone di 4 tubi lanciamissili in meno rispetto al suo predecessore (8 di meno se si considerano anche modifiche precedenti apportate per rispettare gli accordi per il disarmo).
I progetti in corso
Il rinnovamento dell’arsenale prevede di rimpiazzare il missile balistico intercontinentale LGM-30G Minuteman III, il bombardiere stealth B‑2 Spirit, il missile da crociera AGM-86B e i già citati sottomarini Ohio.
Il Minuteman III sarà sostituito gradualmente dal LGM-35A Sentinel, che si presume inizierà ad essere schierato nel 2031, con due anni di ritardo rispetto alla data prevista inizialmente; il programma sta soffrendo anche una significativa maggiorazione dei costi. Al posto del B‑2, l’USAF adotterà il B‑21 Raider; la flotta prevista conterà almeno 100 esemplari, con la possibilità che ne vengano ordinati di più. L’AGM-86B, in servizio da ormai più di quarant’anni, sarà rimpiazzato dal nuovo AGM-181 LRSO (Long Range Stand Off Weapon), con gittata e precisione superiori e una firma radar ridotta. Infine, i 14 sottomarini classe Ohio saranno sostituiti da 12 nuovi classe Columbia, con prestazioni migliorate ma carico bellico ridotto; per queste ragioni, il Pentagono potrebbe approvare l’acquisto di tre battelli aggiuntivi.
Cambiamenti
Un programma di tale portata richiede decenni per essere portato a termine, anche a causa dei continui ritardi e costi aggiuntivi provocati dalle carenze dell’industria bellica statunitense, che, specie nella cantieristica navale, si sta dimostrando insufficiente nell’esaudire in tempo le richieste del Pentagono. Pertanto, è improbabile che vi saranno mutamenti radicali nel programma, sebbene oggi le tensioni tra le grandi potenze siano molto più pronunciate rispetto a dieci anni fa, ed ora gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare non uno, ma ben due arsenali nucleari di grandi dimensioni.
È pur vero che la crescente competizione con Pechino aveva già spinto la prima amministrazione Trump ad approvare il progetto per un missile da crociera nucleare schierabile sui sottomarini che potesse fungere da arma nucleare non strategica nel caso di una guerra nel Pacifico. Il programma, poi cancellato dalla presidenza Biden, è stato riavviato dal Congresso. Un altro cambiamento recente provocato dalle crescenti tensioni internazionali è l’obiettivo di aumentare la produzione dei noccioli necessari alla fabbricazione delle armi nucleari; anche questo progetto sta incontrando non poche difficoltà.
Complessivamente, si può ritenere che, sebbene il processo di modernizzazione fosse iniziato sotto auspici ben diversi, esso è ormai maturo. Ulteriori cambiamenti non farebbero altro che aggiungere costi e ritardi, inficiando la prontezza dell’arsenale statunitense sul medio e lungo periodo.

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