Qual è il significato di una parola?

Nel linguaggio politico, espressioni controverse vengono ridotte al significato letterale. Ma è corretto?

Qual è il significato di una parola?

A una parola non può essere attribuito soltanto il significato letterale, perché anche il contesto è determinante per comprenderne l’uso.

Il contesto

Negli ulti­mi mesi il lin­guag­gio poli­ti­co ha regi­stra­to, in par­ti­co­la­re da par­te di Rober­to Van­nac­ci, il ricor­so a espres­sio­ni con­tro­ver­se e volu­ta­men­te pro­vo­ca­to­rie su temi divi­si­vi. Ad esem­pio, Van­nac­ci, nel suo libro Il mon­do al con­tra­rio, ha scrit­to: «Cari omo­ses­sua­li, nor­ma­li non lo sie­te, fate­ve­ne una ragio­ne!», affer­man­do che, in tale enun­cia­to, al ter­mi­ne «nor­ma­li» attri­bui­va esclu­si­va­men­te un signi­fi­ca­to let­te­ra­le, facen­do rife­ri­men­to a un dato sta­ti­sti­co. Se al ter­mi­ne «nor­ma­li» si attri­bui­sce un signi­fi­ca­to esclu­si­va­men­te let­te­ra­le, allo­ra l’affermazione è vera, ma la fal­la­cia dell’argomentazione con­si­ste pro­prio nell’attribuirgli un solo significato.

L’ambiguità delle affermazioni

Que­ste affer­ma­zio­ni si pre­sta­no a un uso stru­men­ta­le, poi­ché sfrut­ta­no l’ambi­gui­tà d’un ter­mi­ne. Nell’esempio pre­ce­den­te, il ter­mi­ne ambi­guo è «nor­ma­li», al qua­le pos­so­no esse­re ricon­dot­ti alme­no due signi­fi­ca­ti: uno di natu­ra sta­ti­sti­ca e uno che espri­me un giudizio.

Attri­buen­do a que­sti ter­mi­ni un signi­fi­ca­to sol­tan­to let­te­ra­le e pre­ten­den­do di decon­te­stua­liz­zar­li, si cer­ca di ren­de­re ade­ren­te alla real­tà un’espressione appa­ren­te­men­te con­tro­ver­sa, come la fra­se di Van­nac­ci cita­ta in pre­ce­den­za. In real­tà, si lascia a chi ascol­ta la pos­si­bi­li­tà di attri­bui­re al ter­mi­ne ambi­guo un signi­fi­ca­to deter­mi­na­to dal contesto.

Tor­nan­do all’esempio pre­ce­den­te, l’espressione di Van­nac­ci pre­sen­ta un ter­mi­ne ambi­guo: «nor­ma­le». Se gli si attri­bui­sce un signi­fi­ca­to sta­ti­sti­co, l’affermazione risul­ta vera. Un con­to, però, è che ven­ga pro­nun­cia­ta da un poli­ti­co davan­ti ai pro­pri elet­to­ri, i qua­li qua­si sicu­ra­men­te igno­ra­no il signi­fi­ca­to sta­ti­sti­co e attri­bui­sco­no a «nor­ma­le» un giu­di­zio di valo­re, per­ché, nel con­te­sto in cui si tro­va, il ter­mi­ne non è ricon­dot­to a un signi­fi­ca­to sta­ti­sti­co. Un altro con­to è che ven­ga pro­nun­cia­ta da uno stu­dio­so duran­te una con­fe­ren­za scien­ti­fi­ca: in quel caso, il ricor­so al signi­fi­ca­to sta­ti­sti­co risul­ta evidente.

Emer­ge, quin­di, l’importanza del con­te­sto in cui un ter­mi­ne vie­ne pro­nun­cia­to nell’attribuzione del suo signi­fi­ca­to. La que­stio­ne dell’attribuzione dei signi­fi­ca­ti è sta­ta affron­ta­ta da mol­ti stu­dio­si, tra cui Lud­wig Witt­gen­stein, filo­so­fo del lin­guag­gio vis­su­to tra il XIX e il XX secolo.

Wittgenstein e i giochi linguistici

Lud­wig Wittgenstein

Il pro­ble­ma di que­sta argo­men­ta­zio­ne con­si­ste nel ricon­dur­re un sin­tag­ma al solo signi­fi­ca­to let­te­ra­le, indi­pen­den­te­men­te dal con­te­sto. Il filo­so­fo Lud­wig Witt­gen­stein, nel­la sua ope­ra Ricer­che filo­so­fi­che, pub­bli­ca­ta nel 1953, ana­liz­za la fal­la­cia di que­sta tec­ni­ca comu­ni­ca­ti­va. Nell’opera ela­bo­ra la teo­ria dei gio­chi linguistici.

Secon­do Witt­gen­stein, le paro­le non fun­zio­na­no qua­si mai come nomi, ossia come eti­chet­te che s’incollano uni­vo­ca­men­te agli ogget­ti. In sostan­za, affer­ma che a un ter­mi­ne non è ricon­du­ci­bi­le, nel­la mag­gior par­te dei casi, un uni­co signi­fi­ca­to. Per Witt­gen­stein, le paro­le, sia nel lin­guag­gio scien­ti­fi­co sia in quel­lo comu­ne, sono stru­men­ti flui­di, il cui signi­fi­ca­to muta in base alle fun­zio­ni spe­ci­fi­che che assumono.

Il signi­fi­ca­to d’una paro­la non coin­ci­de con l’oggetto che essa nomi­na, ma con il suo uso con­cre­to all’interno del­le pra­ti­che e del­le azio­ni uma­ne. La «dina­mi­ci­tà» del signi­fi­ca­to con­si­ste, quin­di, nel­la sua capa­ci­tà di varia­re a secon­da del con­te­sto in cui si trova.

Conclusioni

Ana­liz­zan­do la teo­ria di Witt­gen­stein, in par­ti­co­la­re per quan­to riguar­da la dina­mi­ci­tà del signi­fi­ca­to di un ter­mi­ne, emer­ge che, nell’esempio con­si­de­ra­to, si pre­ten­da di attri­bui­re alla paro­la «nor­ma­li» un solo signi­fi­ca­to sta­ti­sti­co, uti­liz­zan­do­la quin­di in modo rigi­do, come un’etichetta. Non si con­si­de­ra, però, che il lin­guag­gio non fun­zio­na come una sem­pli­ce eti­chet­ta e che il signi­fi­ca­to dipen­de anche dal con­te­sto, non sol­tan­to dal­la defi­ni­zio­ne ripor­ta­ta in un vocabolario.

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Tommaso Piantoni
Stu­dio giu­ri­spru­den­za, mi inte­res­so di poli­ti­ca e di attua­li­tà. Mi pia­ce sta­re all’a­ria aper­ta e in mez­zo alla natura.

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