Intervista a Silvia Camerino. Borsellino e l’agenda rossa scomparsa

A 34 anni dalla strage di via D’Amelio, il libro della scrittrice e attivista calabrese tenta di ricostruirne le verità più oscure intorno alla scomparsa

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Silvia Camerino, nata nel 1991, scrittrice, attivista antimafia e studiosa della criminalità organizzata calabrese

A oltre trent’anni dalla strage di via D’Amelio, Silvia Camerino ne Il filo nero del depistaggio dell’agenda rossa di Paolo Borsellino raccoglie le testimonianze di magistrati, giornalisti e protagonisti della ricerca della verità.

Tra gli inter­ro­ga­ti­vi anco­ra aper­ti riguar­do alle stra­gi mafio­se la scom­par­sa del­l’agen­da ros­sa di Pao­lo Bor­sel­li­no resta uno dei sim­bo­li più poten­ti del depi­stag­gio che ha segna­to le inda­gi­ni sul­l’at­ten­ta­to del 19 luglio 1992.

Attual­men­te, tra le pos­si­bi­li cau­se del­la stra­ge di via D’Amelio, la pro­cu­ra di Cal­ta­nis­set­ta e la Com­mis­sio­ne Par­la­men­ta­re Anti­ma­fia si stan­no con­cen­tran­do nel­la rico­stru­zio­ne del filo­ne di inda­gi­ni rela­ti­vo a mafia e appal­ti, da un’informativa dei Cara­bi­nie­ri del ROS, ma secon­do diver­si altri inter­pre­ti le cau­se del­la stra­ge sono da ricer­ca­re in altri filoni.

È qui che si inse­ri­sce il lavo­ro di Sil­via Came­ri­no, scrit­tri­ce, stu­den­tes­sa di Giu­ri­spru­den­za e com­po­nen­te del diret­ti­vo del Movi­men­to Agen­de Ros­se fon­da­to da Sal­va­to­re Bor­sel­li­no, da anni impe­gna­ta nel­la divul­ga­zio­ne e nel­la rico­stru­zio­ne del­la memo­ria del­le stra­gi mafio­se. Con Il filo nero del depi­stag­gio del­l’a­gen­da ros­sa di Pao­lo Bor­sel­li­no, Came­ri­no offre al let­to­re un’o­pe­ra cora­le che intrec­cia rico­stru­zio­ne sto­ri­ca, impe­gno civi­le e appro­fon­di­men­to giudiziario.

Chi è Silvia e di cosa si occupa professionalmente? Cosa l’ha spinta a scrivere un libro proprio sull’agenda rossa di Paolo Borsellino?

Mi ha con­vin­ta il timo­re che la gine­stra si deter­mi­nas­se come una favo­la con­clu­sa, di quel­le che sep­pur osti­na­ta nell’intenzione di dira­mar­si si sper­de per il Pae­se fino a scom­pa­ri­re. E se la rimo­zio­ne del dato, pras­si abi­li­ta­ta e con­so­li­da­ta da anni in que­sto Pae­se, rischias­se di met­te­re in discus­sio­ne fat­ti cri­stal­liz­za­ti dal cri­sma del­la defi­ni­ti­vi­tà? E se gli ele­men­ti rico­no­sciu­ti, atten­tas­se­ro all’essenza stes­sa del­la memo­ria? Il rischio sareb­be sta­to e con­ti­nua ad esse­re quel­lo di non poter assi­ste­re all’arrivo del­la pri­ma­ve­ra, che da anni atten­dia­mo con osti­na­zio­ne per Pao­lo Bor­sel­li­no e per i ragaz­zi che insie­me a lui han­no per­so la vita in via D’Amelio.

Ero appe­na una ragaz­zi­na, quan­do Sal­va­to­re Bor­sel­li­no, fra­tel­lo di Pao­lo, mi rac­con­ta­va del loro esi­ste­re, con­se­gnan­do fram­men­ti di memo­ria che per amo­re insie­me a lui ricon­giun­ge­vo. Acca­de­va che restas­si per ore ad osser­va­re la fisio­no­mia di Pao­lo: i suoi linea­men­ti muta­ti dopo la stra­ge di Capa­ci, spar­tiac­que del suo vis­su­to, lo sguar­do spen­to, le occhia­ie inca­va­te e le lab­bra che non tra­di­va­no più alcun sor­ri­so, desta­va­no in me un sen­so di scon­for­to che non riu­sci­vo a governare.

Sono cre­sciu­ta insie­me alla con­sa­pe­vo­lez­za che a furia di dedi­ca­re alla mor­te di Pao­lo ogni mia atten­zio­ne, l’avrei risco­per­to e rico­no­sciu­to vivo, cre­den­za del seme che già appren­de del­la sua mira­co­lo­sa evo­lu­zio­ne. Pen­so che uma­na­men­te e pro­fes­sio­nal­men­te io sia par­te del sogno d’amore di Pao­lo Bor­sel­li­no, diver­si sono sta­ti i sag­gi che ho scrit­to, nel­la spe­ran­za di ricer­ca­re iden­ti­tà, veri­tà e giustizia.

Nel libro Un gior­no que­sta ter­rà sarà bel­lis­si­ma, ho viag­gia­to per il Pae­se con­di­vi­den­do le testi­mo­nian­ze dei fami­lia­ri vit­ti­me di mafia e ripor­tan­do ele­men­ti pro­ces­sua­li, che rite­ne­vo uti­li e condivisibili.

L’opera Mio fra­tel­lo Pao­lo, inve­ce, è un’intervista a cuo­re aper­to a Sal­va­to­re Bor­sel­li­no. Vole­vo rac­con­ta­re con sem­pli­ci­tà del mon­do anti­co che ha accom­pa­gna­to i fra­tel­li Bor­sel­li­no, libe­ran­do la figu­ra di Pao­lo dal model­lo ingom­bran­te dell’eroe, imma­gi­ne che resti­tui­sce agli ita­lia­ni il sen­so dell’impossibilità e, attra­ver­so il suo straor­di­na­rio corag­gio, ren­der­lo più familiare.

Nel volume Il filo nero del depistaggio dell’agenda rossa di Paolo Borsellino dà voce a chi quegli anni li ha vissuti in prima linea: tra gli altri il magistrato Nino Di Matteo, Salvatore Borsellino e Roberta Gatani, rispettivamente fratello e nipote di Paolo Borsellino. Cosa rappresenta il «filo nero» del titolo?

Il libro rap­pre­sen­ta un’in­chie­sta cora­le sul­la scom­par­sa del­l’a­gen­da ros­sa e sul filo nero del depi­stag­gio. Ho for­te­men­te volu­to rac­co­glie­re e acco­glie­re le voci di alcu­ni tra i più auto­re­vo­li pro­ta­go­ni­sti del­la ricer­ca del­la veri­tà sul­la stra­ge di via D’A­me­lio. Attra­ver­so le testi­mo­nian­ze e le ana­li­si di Sal­va­to­re Bor­sel­li­no, Save­rio Loda­to, Rober­to Scar­pi­na­to, Nino Di Mat­teo, Lui­gi de Magi­stris, Ange­lo Gara­va­glia Fra­get­ta, Ste­fa­no Bau­di­no e Rober­ta Gata­ni, abbia­mo riper­cor­so la vicen­da del­la scom­par­sa del­l’a­gen­da ros­sa di Pao­lo Bor­sel­li­no, il docu­men­to che il magi­stra­to por­ta­va sem­pre con sé e che sva­nì nei minu­ti suc­ces­si­vi alla stra­ge del 19 luglio 1992.

Tra memo­ria, impe­gno civi­le e rico­stru­zio­ne sto­ri­ca, le pagi­ne del libro ten­ta­no di illu­mi­na­re le ombre del mag­gio­re depi­stag­gio del­la sto­ria repub­bli­ca­na; a dichia­rar­lo è la Cor­te d’Assise di Cal­ta­nis­set­ta che ha pub­bli­ca­to, in 1800 pagi­ne, le moti­va­zio­ni del­la sen­ten­za del pro­ces­so Bor­sel­li­no qua­ter, dichia­ran­do che il delit­to ha rap­pre­sen­ta­to il più gra­ve depi­stag­gio del­la sto­ria del­la Repub­bli­ca, ordi­to dai ver­ti­ci del­la Poli­zia al fine di crea­re un fal­so pen­ti­to e svia­re le indagini.

Crede che il filone mafia-appalti sia una causa legata alla morte di Paolo Borsellino?

Riten­go che non sia una cau­sa, tan­to­me­no una con­cau­sa lega­ta alla mor­te o all’accelerazione del­la mor­te di Pao­lo Bor­sel­li­no. Quan­do denun­cio il peri­co­lo di rimo­zio­ne del dato, inten­do anche cri­stal­liz­za­re ele­men­ti dai qua­li non si può e non si deve prescindere.

Per­ché vie­ne soste­nu­to con una cer­ta osses­sio­ne che l’informativa Mafia e appal­ti sia sta­ta archi­via­ta? Fac­cia­mo ordi­ne. La pri­ma infor­ma­ti­va ven­ne depo­si­ta­ta dal ROS nel feb­bra­io 1991 nel­le mani di Gio­van­ni Fal­co­ne, che però sta­va lascian­do Paler­mo per pren­de­re ser­vi­zio a Roma come nuo­vo diret­to­re gene­ra­le degli Affa­ri pena­li pres­so il Mini­ste­ro del­la Giustizia.

I pub­bli­ci mini­ste­ri di Paler­mo, esa­mi­nan­do il rap­por­to, con­sta­ta­ro­no che gran par­te del­le inter­cet­ta­zio­ni era­no ambi­gue, di dif­fi­ci­le inter­pre­ta­zio­ne, non uti­liz­za­bi­li per richie­de­re l’applicazione di misu­re cau­te­la­ri. In que­sto pri­mo rap­por­to non emer­ge­va­no nomi di espo­nen­ti poli­ti­ci. Per alcu­ni addi­rit­tu­ra fu pos­si­bi­le pro­ce­de­re con le richie­ste di arre­sto, fac­cio rife­ri­men­to ad Ange­lo Sii­no, mini­stro dei lavo­ri pub­bli­ci di Cosa Nostra e il geo­me­tra Giu­sep­pe Li Pera.

L’inchiesta pro­se­guì sen­za inter­ru­zio­ni dall’ottobre del 1991 al mar­zo del 1992, anche con la for­mu­la­zio­ne di richie­ste di rin­vio a giu­di­zio. Il 13 luglio 1992 la Pro­cu­ra di Paler­mo for­mu­lò l’archiviazione rispet­to ad alcu­ne posi­zio­ni, per insuf­fi­cien­za di pro­ve. Non fu mai archi­via­to l’intero rap­por­to Mafia e appal­ti. Nel 1997 Ange­lo Sii­no ini­ziò a col­la­bo­ra­re con la giu­sti­zia, con­sen­ten­do all’indagine di ripren­de­re vigore.

Il 5 set­tem­bre 1992, dopo la mor­te di Pao­lo Bor­sel­li­no, acca­de che Il ROS depo­si­ta una secon­da infor­ma­ti­va nel­la qua­le, per la pri­ma vol­ta emer­go­no nomi di espo­nen­ti poli­ti­ci: Calo­ge­ro Man­ni­no, Sal­vo Lima, Rosa­rio Nico­lo­si, sul­la base però di inter­cet­ta­zio­ni risa­len­ti al 1990 e quin­di ante­ce­den­ti al pri­mo rap­por­to depo­si­ta­to nel feb­bra­io del 1992.

Que­sto potreb­be insi­nua­re il dub­bio, come acca­du­to nel mio caso, che già “altri” fos­se­ro in pos­ses­so del­la ver­sio­ne com­ple­ta del rap­por­to, ma sui tavo­li dei magi­stra­ti quel­la docu­men­ta­zio­ne non era anco­ra arri­va­ta, giun­se infat­ti con effet­to dif­fe­ri­to (lo spiegheremo).

Altro momen­to par­ti­co­lar­men­te signi­fi­ca­ti­vo: nel giu­gno del 1992, men­tre i magi­stra­ti a Paler­mo era­no impe­gna­ti nel­la ste­su­ra del­le richie­ste di archi­via­zio­ne, Li Pera rispon­de agli inter­ro­ga­to­ri del magi­stra­to del­la DDA di Cata­nia Feli­ce Lima, rife­ren­do cir­co­stan­ze mai comu­ni­ca­te pri­ma ai magi­stra­ti paler­mi­ta­ni. Nell’ottobre del 1992, la Pro­cu­ra di Cata­nia tra­smet­te­rà alla Pro­cu­ra di Paler­mo l’informativa «Caron­te», con­te­nen­te la rico­stru­zio­ne ripor­ta­ta da Li Pera sugli appal­ti pub­bli­ci, che con­sen­ti­ro­no la ria­per­tu­ra del­le inda­gi­ni nei con­fron­ti di alcu­ne posi­zio­ni, pre­ce­den­te­men­te archiviate.

La GIP di Cal­ta­nis­set­ta Gra­ziel­la Lupa­rel­lo, alla fine del 2025 ha riget­ta­to la richie­sta di archi­via­zio­ne for­mu­la­ta dal­la Pro­cu­ra di Cal­ta­nis­set­ta sui pre­sun­ti man­dan­ti occul­ti e la cosid­det­ta “pista nera” nel­le stra­gi del 1992, dispo­nen­do 43 nuo­vi accer­ta­men­ti. La dot­to­res­sa Lupa­rel­lo nel­l’or­di­nan­za defi­ni­sce l’approccio dedi­ca­to alla pista Mafia e appal­ti «misti­co» e «dog­ma­ti­co» dal momen­to che quel filo­ne inve­sti­ga­ti­vo «non gode di alcu­na asei­tà cau­sa­le che pos­sa spie­ga­re gli even­ti tel­lu­ri­ci sca­te­na­ti­si in Ita­lia negli anni Novan­ta né rie­sce a coglie­re evi­den­ti nes­si sin­tat­ti­ci tra i diver­si even­ti tra­gi­ci che han­no mor­ti­fi­ca­to la sto­ria repub­bli­ca­na del nostro Paese».

Ricor­dia­mo anche che la Pro­cu­ra di Cal­ta­nis­set­ta ha pre­sen­ta­to ricor­so per abnor­mi­tà nei con­fron­ti del prov­ve­di­men­to emes­so dal­la Lupa­rel­lo, que­sto signi­fi­ca soste­ne­re che il giu­di­ce abbia abu­sa­to dei suoi pote­ri. La Cas­sa­zio­ne ha riget­ta­to il ricor­so, dichia­ran­do­lo inam­mis­si­bi­le. Nel libro il gior­na­li­sta Ste­fa­no Bau­di­no pro­por­rà una bril­lan­te disa­mi­na su que­sto tema.

Con­clu­do spe­ci­fi­can­do che l’opera Il filo nero del depi­stag­gio non pre­ten­de di chiu­de­re una vicen­da anco­ra aper­ta. Fa qual­co­sa di più impor­tan­te: dimo­stra­re che la ricer­ca del­la veri­tà è un pro­ces­so col­let­ti­vo, fat­to di memo­ria, docu­men­ti, testi­mo­nian­ze e coscien­za civi­le. Per que­sto il filo nero del tito­lo non è sol­tan­to quel­lo del depi­stag­gio, ma anche quel­lo del­la respon­sa­bi­li­tà che uni­sce tut­te le per­so­ne che, a distan­za di oltre trent’anni, con­ti­nua­no a non accet­ta­re che la sto­ria pos­sa esse­re riscrit­ta dall’oblio.

⁠Il 19 luglio 2026 è il 34° anniversario della strage di via D’Amelio. A oggi, secondo lei, riusciremo mai ad avere la verità completa sull’agenda rossa e, soprattutto, a ritrovarla?

L’agenda ros­sa è il sim­bo­lo del­la giu­sti­zia nega­ta, stru­men­to di impe­gno civi­le e ful­cro del depi­stag­gio. Come asse­ri­sce Rober­to Scar­pi­na­to «il depi­stag­gio è il sigil­lo del pote­re» e quell’agenda ros­sa è fun­zio­na­le al man­te­ni­men­to degli equi­li­bri del­lo stes­so. Oso chiu­de­re l’intervista con le straor­di­na­rie paro­le di Save­rio Loda­to: «Biso­gna por­ta­re pazien­za. Per­ché for­se non fini­rà – come lor signo­ri pre­ten­do­no che acca­da – a suon di car­te bol­la­te. Ci sono un’infinità di giu­di­ci a Berlino».

Aggiun­go, non ci arren­de­re­mo per­ché noi sen­tia­mo il cal­do e sen­tia­mo il fred­do e non voglia­mo accli­ma­tar­ci alla bru­ma. Otter­re­mo veri­tà e giu­sti­zia, tenen­do stret­to il filo del­la resistenza.

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Nicholas Ninno

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