A oltre trent’anni dalla strage di via D’Amelio, Silvia Camerino ne Il filo nero del depistaggio dell’agenda rossa di Paolo Borsellino raccoglie le testimonianze di magistrati, giornalisti e protagonisti della ricerca della verità.
Tra gli interrogativi ancora aperti riguardo alle stragi mafiose la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino resta uno dei simboli più potenti del depistaggio che ha segnato le indagini sull’attentato del 19 luglio 1992.
Attualmente, tra le possibili cause della strage di via D’Amelio, la procura di Caltanissetta e la Commissione Parlamentare Antimafia si stanno concentrando nella ricostruzione del filone di indagini relativo a mafia e appalti, da un’informativa dei Carabinieri del ROS, ma secondo diversi altri interpreti le cause della strage sono da ricercare in altri filoni.
È qui che si inserisce il lavoro di Silvia Camerino, scrittrice, studentessa di Giurisprudenza e componente del direttivo del Movimento Agende Rosse fondato da Salvatore Borsellino, da anni impegnata nella divulgazione e nella ricostruzione della memoria delle stragi mafiose. Con Il filo nero del depistaggio dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, Camerino offre al lettore un’opera corale che intreccia ricostruzione storica, impegno civile e approfondimento giudiziario.
Chi è Silvia e di cosa si occupa professionalmente? Cosa l’ha spinta a scrivere un libro proprio sull’agenda rossa di Paolo Borsellino?
Mi ha convinta il timore che la ginestra si determinasse come una favola conclusa, di quelle che seppur ostinata nell’intenzione di diramarsi si sperde per il Paese fino a scomparire. E se la rimozione del dato, prassi abilitata e consolidata da anni in questo Paese, rischiasse di mettere in discussione fatti cristallizzati dal crisma della definitività? E se gli elementi riconosciuti, attentassero all’essenza stessa della memoria? Il rischio sarebbe stato e continua ad essere quello di non poter assistere all’arrivo della primavera, che da anni attendiamo con ostinazione per Paolo Borsellino e per i ragazzi che insieme a lui hanno perso la vita in via D’Amelio.
Ero appena una ragazzina, quando Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, mi raccontava del loro esistere, consegnando frammenti di memoria che per amore insieme a lui ricongiungevo. Accadeva che restassi per ore ad osservare la fisionomia di Paolo: i suoi lineamenti mutati dopo la strage di Capaci, spartiacque del suo vissuto, lo sguardo spento, le occhiaie incavate e le labbra che non tradivano più alcun sorriso, destavano in me un senso di sconforto che non riuscivo a governare.
Sono cresciuta insieme alla consapevolezza che a furia di dedicare alla morte di Paolo ogni mia attenzione, l’avrei riscoperto e riconosciuto vivo, credenza del seme che già apprende della sua miracolosa evoluzione. Penso che umanamente e professionalmente io sia parte del sogno d’amore di Paolo Borsellino, diversi sono stati i saggi che ho scritto, nella speranza di ricercare identità, verità e giustizia.
Nel libro Un giorno questa terrà sarà bellissima, ho viaggiato per il Paese condividendo le testimonianze dei familiari vittime di mafia e riportando elementi processuali, che ritenevo utili e condivisibili.
L’opera Mio fratello Paolo, invece, è un’intervista a cuore aperto a Salvatore Borsellino. Volevo raccontare con semplicità del mondo antico che ha accompagnato i fratelli Borsellino, liberando la figura di Paolo dal modello ingombrante dell’eroe, immagine che restituisce agli italiani il senso dell’impossibilità e, attraverso il suo straordinario coraggio, renderlo più familiare.
Nel volume Il filo nero del depistaggio dell’agenda rossa di Paolo Borsellino dà voce a chi quegli anni li ha vissuti in prima linea: tra gli altri il magistrato Nino Di Matteo, Salvatore Borsellino e Roberta Gatani, rispettivamente fratello e nipote di Paolo Borsellino. Cosa rappresenta il «filo nero» del titolo?
Il libro rappresenta un’inchiesta corale sulla scomparsa dell’agenda rossa e sul filo nero del depistaggio. Ho fortemente voluto raccogliere e accogliere le voci di alcuni tra i più autorevoli protagonisti della ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio. Attraverso le testimonianze e le analisi di Salvatore Borsellino, Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, Nino Di Matteo, Luigi de Magistris, Angelo Garavaglia Fragetta, Stefano Baudino e Roberta Gatani, abbiamo ripercorso la vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, il documento che il magistrato portava sempre con sé e che svanì nei minuti successivi alla strage del 19 luglio 1992.
Tra memoria, impegno civile e ricostruzione storica, le pagine del libro tentano di illuminare le ombre del maggiore depistaggio della storia repubblicana; a dichiararlo è la Corte d’Assise di Caltanissetta che ha pubblicato, in 1800 pagine, le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, dichiarando che il delitto ha rappresentato il più grave depistaggio della storia della Repubblica, ordito dai vertici della Polizia al fine di creare un falso pentito e sviare le indagini.
Crede che il filone mafia-appalti sia una causa legata alla morte di Paolo Borsellino?
Ritengo che non sia una causa, tantomeno una concausa legata alla morte o all’accelerazione della morte di Paolo Borsellino. Quando denuncio il pericolo di rimozione del dato, intendo anche cristallizzare elementi dai quali non si può e non si deve prescindere.
Perché viene sostenuto con una certa ossessione che l’informativa Mafia e appalti sia stata archiviata? Facciamo ordine. La prima informativa venne depositata dal ROS nel febbraio 1991 nelle mani di Giovanni Falcone, che però stava lasciando Palermo per prendere servizio a Roma come nuovo direttore generale degli Affari penali presso il Ministero della Giustizia.
I pubblici ministeri di Palermo, esaminando il rapporto, constatarono che gran parte delle intercettazioni erano ambigue, di difficile interpretazione, non utilizzabili per richiedere l’applicazione di misure cautelari. In questo primo rapporto non emergevano nomi di esponenti politici. Per alcuni addirittura fu possibile procedere con le richieste di arresto, faccio riferimento ad Angelo Siino, ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra e il geometra Giuseppe Li Pera.
L’inchiesta proseguì senza interruzioni dall’ottobre del 1991 al marzo del 1992, anche con la formulazione di richieste di rinvio a giudizio. Il 13 luglio 1992 la Procura di Palermo formulò l’archiviazione rispetto ad alcune posizioni, per insufficienza di prove. Non fu mai archiviato l’intero rapporto Mafia e appalti. Nel 1997 Angelo Siino iniziò a collaborare con la giustizia, consentendo all’indagine di riprendere vigore.
Il 5 settembre 1992, dopo la morte di Paolo Borsellino, accade che Il ROS deposita una seconda informativa nella quale, per la prima volta emergono nomi di esponenti politici: Calogero Mannino, Salvo Lima, Rosario Nicolosi, sulla base però di intercettazioni risalenti al 1990 e quindi antecedenti al primo rapporto depositato nel febbraio del 1992.
Questo potrebbe insinuare il dubbio, come accaduto nel mio caso, che già “altri” fossero in possesso della versione completa del rapporto, ma sui tavoli dei magistrati quella documentazione non era ancora arrivata, giunse infatti con effetto differito (lo spiegheremo).
Altro momento particolarmente significativo: nel giugno del 1992, mentre i magistrati a Palermo erano impegnati nella stesura delle richieste di archiviazione, Li Pera risponde agli interrogatori del magistrato della DDA di Catania Felice Lima, riferendo circostanze mai comunicate prima ai magistrati palermitani. Nell’ottobre del 1992, la Procura di Catania trasmetterà alla Procura di Palermo l’informativa «Caronte», contenente la ricostruzione riportata da Li Pera sugli appalti pubblici, che consentirono la riapertura delle indagini nei confronti di alcune posizioni, precedentemente archiviate.
La GIP di Caltanissetta Graziella Luparello, alla fine del 2025 ha rigettato la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Caltanissetta sui presunti mandanti occulti e la cosiddetta “pista nera” nelle stragi del 1992, disponendo 43 nuovi accertamenti. La dottoressa Luparello nell’ordinanza definisce l’approccio dedicato alla pista Mafia e appalti «mistico» e «dogmatico» dal momento che quel filone investigativo «non gode di alcuna aseità causale che possa spiegare gli eventi tellurici scatenatisi in Italia negli anni Novanta né riesce a cogliere evidenti nessi sintattici tra i diversi eventi tragici che hanno mortificato la storia repubblicana del nostro Paese».
Ricordiamo anche che la Procura di Caltanissetta ha presentato ricorso per abnormità nei confronti del provvedimento emesso dalla Luparello, questo significa sostenere che il giudice abbia abusato dei suoi poteri. La Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Nel libro il giornalista Stefano Baudino proporrà una brillante disamina su questo tema.
Concludo specificando che l’opera Il filo nero del depistaggio non pretende di chiudere una vicenda ancora aperta. Fa qualcosa di più importante: dimostrare che la ricerca della verità è un processo collettivo, fatto di memoria, documenti, testimonianze e coscienza civile. Per questo il filo nero del titolo non è soltanto quello del depistaggio, ma anche quello della responsabilità che unisce tutte le persone che, a distanza di oltre trent’anni, continuano a non accettare che la storia possa essere riscritta dall’oblio.
Il 19 luglio 2026 è il 34° anniversario della strage di via D’Amelio. A oggi, secondo lei, riusciremo mai ad avere la verità completa sull’agenda rossa e, soprattutto, a ritrovarla?
L’agenda rossa è il simbolo della giustizia negata, strumento di impegno civile e fulcro del depistaggio. Come asserisce Roberto Scarpinato «il depistaggio è il sigillo del potere» e quell’agenda rossa è funzionale al mantenimento degli equilibri dello stesso. Oso chiudere l’intervista con le straordinarie parole di Saverio Lodato: «Bisogna portare pazienza. Perché forse non finirà – come lor signori pretendono che accada – a suon di carte bollate. Ci sono un’infinità di giudici a Berlino».
Aggiungo, non ci arrenderemo perché noi sentiamo il caldo e sentiamo il freddo e non vogliamo acclimatarci alla bruma. Otterremo verità e giustizia, tenendo stretto il filo della resistenza.
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