Brexit, 10 anni dopo: il conto di una promessa

Dalla promessa di “riprendere il controllo” alle conseguenze economiche e politiche di una scelta che continua a dividere il regno Unito.

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò per lasciare l’Unione europea: dieci anni dopo, la Brexit continua a dividere il Paese e a sollevare interrogativi sui suoi costi politici ed economici.

23 giu­gno 2016. Una data inde­le­bi­le nel­la memo­ria dei cit­ta­di­ni bri­tan­ni­ci ed euro­pei, una deci­sio­ne che con­ti­nua anco­ra oggi a divi­de­re il Regno Unito.

Alle 7.20 del 24 giu­gno 2016, pres­so la Man­che­ster Town Hall, ven­ne annun­cia­to il risul­ta­to: il 51,9% dei voti a favo­re dell’uscita dall’Unione Euro­pea e il 48,1% a favo­re del­la per­ma­nen­za, con un’affluenza del 72,2%.

Da quel momen­to, la sto­ria del Regno Uni­to non sareb­be più sta­ta la stes­sa, e, per la pri­ma vol­ta, anche quel­la dell’Unione Euro­pea, che avreb­be visto usci­re un pro­prio mem­bro, pas­san­do così da 28 a 27 mem­bri.

Il refe­ren­dum ven­ne indet­to da David Came­ron, pri­mo mini­stro con­ser­va­to­re dal 2010 al 2016, anche per ricom­por­re la frat­tu­ra inter­na al Par­ti­to Con­ser­va­to­re e con­te­ne­re la pres­sio­ne dell’UKIP, gui­da­to da Nigel Farage.

L’opposizione all’integrazione euro­pea nac­que, infat­ti, dal­la ten­sio­ne fra due diver­se con­ce­zio­ni dell’Europa: come mer­ca­to comu­ne e come pro­get­to poli­ti­co sovra­na­zio­na­le. Il Par­ti­to Con­ser­va­to­re non fu ini­zial­men­te con­tra­rio all’integrazione e sosten­ne l’ingresso del Regno Uni­to nel­la Comu­ni­tà eco­no­mi­ca euro­pea (CEE) nel 1973. Fin­ché la Comu­ni­tà rima­se essen­zial­men­te un pro­get­to eco­no­mi­co, com­pa­ti­bi­le con il libe­ra­li­smo e la sovra­ni­tà nazio­na­le, l’appartenenza bri­tan­ni­ca non fu mes­sa in discus­sio­ne. Quan­do, inve­ce, l’integrazione assun­se una cre­scen­te dimen­sio­ne poli­ti­ca, per­ce­pi­ta come una limi­ta­zio­ne del­la sovra­ni­tà par­la­men­ta­re e un pas­so ver­so una strut­tu­ra fede­ra­le, la que­stio­ne euro­pea diven­ne una pro­fon­da frat­tu­ra ideo­lo­gi­ca nel con­ser­va­to­ri­smo. In que­sto con­te­sto Came­ron deci­se di indi­re il refe­ren­dum. Si impe­gnò a fare cam­pa­gna per il remain, ma, dopo la vit­to­ria del lea­ve, annun­ciò le pro­prie dimis­sio­ni e lasciò for­mal­men­te l’incarico nel luglio 2016.

Il voto contro l’establishment

Tut­ta­via il refe­ren­dum non fu sol­tan­to l’esito di una bat­ta­glia inter­na ai Con­ser­va­to­ri. La cam­pa­gna del lea­ve riu­scì a tra­sfor­ma­re il mal­con­ten­to socia­le in uno slo­gan: take back con­trol, ossia ripren­de­re il con­trol­lo del­le leg­gi, dei con­fi­ni e del­le deci­sio­ni poli­ti­che rie­vo­can­do la nostal­gia per un’idea più auto­no­ma del­la Gran Bretagna.

Come sot­to­li­nea uno stu­dio del pro­fes­sor Whi­te­ley dell’Università dell’Essex, il soste­gno all’Unione Euro­pea è venu­to meno in quan­to una par­te dell’elettorato rite­ne­va che l’Unione non rispon­des­se più ai com­pi­ti per i qua­li era sta­ta pro­spet­ta­ta: garan­ti­re un’economia pro­spe­ra, offri­re una pro­te­zio­ne con­tro il cri­mi­ne ed il ter­ro­ri­smo, con­trol­la­re l’immigrazione e assi­cu­ra­re ser­vi­zi pub­bli­ci efficienti.

Buo­na par­te del­la popo­la­zio­ne bri­tan­ni­ca, infat­ti, si è sen­ti­to taglia­to fuo­ri ed emar­gi­na­to dal­la reces­sio­ne del 2008, lascian­do mol­te per­so­ne scon­ten­te e pri­ve di rap­pre­sen­tan­za; come con­se­guen­za le poli­ti­che di auste­ri­ty adot­ta­te in Euro­pa han­no con­tri­bui­to a raf­for­za­re la per­ce­zio­ne di un siste­ma eco­no­mi­co inca­pa­ce di garan­ti­re cre­sci­ta e pro­te­zio­ne sociale.

Il prezzo della separazione

Le con­se­guen­ze finan­zia­rie furo­no imme­dia­te. Il 24 giu­gno la ster­li­na per­se oltre l’8% rispet­to al dol­la­ro e cir­ca il 6% rispet­to all’euro; secon­do i dati ripor­ta­ti dal­la BBC, sul­la base del­le sti­me di Stan­dard and Poor’s, nel­la sola gior­na­ta del 24 giu­gno la capi­ta­liz­za­zio­ne dei mer­ca­ti azio­na­ri dimi­nuì di cir­ca 2000 miliar­di di dol­la­ri. La con­se­guen­za poli­ti­ca più imme­dia­ta fu l’annuncio del­le dimis­sio­ni di David Came­ron, che pre­fe­rì lascia­re al suc­ces­si­vo pri­mo mini­stro il com­pi­to di attua­re l’uscita vera e pro­pria dall’Unione euro­pea. Il Regno Uni­to uscì for­mal­men­te dall’Unione il 31 gen­na­io 2020 sot­to il gover­no di Boris John­son, dopo la paren­te­si dell’esecutivo gui­da­to da The­re­sa May.

Valu­ta­re oggi gli effet­ti del­la Bre­xit non è sem­pli­ce, soprat­tut­to per­ché il pro­ces­so si è sovrap­po­sto alla pan­de­mia del 2020, alla cri­si ener­ge­ti­ca e alla guer­ra rus­so-ucrai­na, che han­no influen­za­to con­tem­po­ra­nea­men­te la cre­sci­ta, il com­mer­cio e gli inve­sti­men­ti. Per que­sto è più cor­ret­to ricor­re­re a sti­me con­tro­fat­tua­li, cioè sti­ma­re quan­to sareb­be acca­du­to se il Regno Uni­to fos­se rima­sto nell’Unione: l’OBR (Offi­ce for bud­get respon­si­bi­li­ty) sti­ma, nel lun­go perio­do, una ridu­zio­ne del­la pro­dut­ti­vi­tà di cir­ca il 4% e una dimi­nu­zio­ne degli scam­bi com­mer­cia­li di cir­ca il 15%.

Anco­ra più seve­re sono alcu­ne sti­me indi­pen­den­ti, richia­ma­te da Reu­ters e dal Cen­tre for Euro­pean Reform, che arri­va­no a quan­ti­fi­ca­re una ridu­zio­ne di PIL di cir­ca il 6–8% rispet­to ad uno sce­na­rio di permanenza.

A testi­mo­nian­za di ciò, oggi, se il refe­ren­dum venis­se ripe­tu­to, il risul­ta­to potreb­be esse­re com­ple­ta­men­te dif­fe­ren­te: infat­ti il 57% degli elet­to­ri con­si­de­ra l’addio all’Ue un erro­re.

La Bre­xit non ha quin­di chiu­so il dibat­ti­to sull’Europa, ma lo ha tra­sfe­ri­to sul ter­re­no del­le con­se­guen­ze con­cre­te: una scel­ta pre­sen­ta­ta come recu­pe­ro del­la sovra­ni­tà, il cui bilan­cio con­ti­nua anco­ra oggi a divi­de­re l’opinione pub­bli­ca britannica.

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Edoardo Ansarin

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