Pacini è uno dei tanti volti nuovi di questo clima elettorale ancora incubato e ha fatto breccia tra i milanesi grazie alle idee un po’ più radicali del Partito di riferimento. Vulcano Statale l’ha intervistato per parlare ampiamente di questa campagna elettorale: gemellaggio con Tel Aviv, miliardari e primarie.
Quali sono i primi tre provvedimenti che approveresti da neo-sindaco della città?
Come ho già dichiarato non sono proprio dei provvedimenti, ma delle azioni politiche. Sicuramente quello di convocare a Palazzo Marino le 100 persone più ricche di questa città e proporgli questo accordo, che prevede di finanziare attraverso un contributo di scopo dei progetti pubblici, in particolare l’alberatura delle vie oggi sprovviste della città. Per questo principio, secondo me sacrosanto, non possiamo più chiedere un euro in più di tasse alla classe lavoratrice e alle famiglie di questa città, già schiacciate da un costo della vita devastante. Quindi la prima cosa da dire ai più ricchi è «signore e signori, adesso tocca a voi». Come? Esistono delle formule locali per andare a colpire i grandi patrimoni, ma sono limitate perché la legge fiscale è prettamente nazionale. Prendiamo simbolicamente i 100 più ricchi, contando anche che grazie ai sistemi di flat tax si sono trasferite 5000 persone in questa città che pagano un regime forfettario indipendentemente dalla loro ricchezza.
L’altro provvedimento è l’interruzione del gemellaggio con Tel Aviv, che è una cosa che si può fare nella prima giornata da sindaco.
Il terzo, sempre per rispondere all’aumento del costo della vita, è rimodulare le tariffe dell’ATM. Che vuol dire abbassare il costo per le categorie essenziali di lavoratori con l’obiettivo di arrivare a tutti i lavoratori, chiedendo di più a chi può permetterselo. Per esempio oggi i 65enni benestanti godono di uno sconto all’abbonamento, non si capisce il motivo. E poi i turisti: abbiamo già aumentato le tasse di soggiorno e cercheremo di incidere anche sul costo del biglietto.
Sei stato definito «il Mamdani di Milano»: qual è stata la chiave della sua vittoria a New York? Si può replicare in una realtà, seppure diversa, come Milano?
Alcuni dicono quelli bravi copiano, i geni rubano. E poi il paese reale non dice che assomiglio a Mamdani, lo dite voi giornalisti. Le signore che incontro al bar dicono che assomiglio a Pietro Taricone, vincitore del Grande Fratello. Io mal digerisco questa ossessione molto italiana ogni volta di dire «Facciamo come a Berlino, come a New York»: no, facciamo come a Milano, il contesto ci interessa. E quando parlo di socialismo municipale, non sto copiando Mamdani, perché il socialismo municipale se l’è inventato un sindaco di nome Emilio Caldara [primo sindaco socialista di Milano dal 1914 al 1920, ndr].
È vero che c’è stato Caldara, però da più di un secolo c’è una Milano riformista che esprime sindaci che non sono mai andati oltre il PSI. Non temi di spaventare questa Milano con Una Cosa di Sinistra [collettivo di cui Pacini fa parte, ndr]?
Intanto diciamo che anche i sindaci socialisti arrivati successivamente in realtà hanno governato Milano molto a sinistra. Tutta questa idea del riformismo moderato è un’invenzione degli ultimi anni, peraltro è ampiamente dimostrato che non vince le elezioni.
Poi, se il tema è il consenso a Milano come lo costruiamo? Alle ultime elezioni ha votato meno del 50% degli aventi diritto, il consenso va recuperato lì e sono persone stufe di certe logiche politiche, di certe scelte. Quindi io me ne posso tranquillamente fottere delle piccole percentuali del riformismo milanese (tradotto Azione, Partito Liberaldemocratico di ‘sto cazzo) perché il consenso che noi recuperiamo nell’astensione supera ampiamente questi eventuali voti a cui noi dovremmo rinunciare. Se io voglio attuare il socialismo municipale, mi devo liberare di chi esattamente vuole il contrario all’interno della mia coalizione di governo.
Io, se perdo le primarie e Calabresi è il candidato sindaco, mi batterò affinché Azione sia fuori dalla coalizione.
Come si fa a rendere Milano a misura d’uomo, di lavoratore, di cittadino, senza rinunciare alla sua attrattività per lo sviluppo economico? Come si tengono insieme queste due anime?
Non vanno tenute insieme se per sviluppo economico intendiamo tutto quello che è successo; l’idea che l’unico sviluppo economico possibile sia la speculazione immobiliare, i grandi eventi internazionali, 10 milioni di turisti… Ciò è frutto di un’ideologia che risponde agli interessi di chi guadagna da questi settori, che ha governato questa città ma non è detto che debba essere così. Anzi, lo sviluppo economico che ci interessa è quello delle professionalità, dei lavoratori, dei servizi pubblici. Il problema non è che ci sono pochi cantieri, è che ce ne sono troppi e non vanno nell’interesse pubblico. Abbiamo gli uffici comunali intasati di richieste private.
A Milano si è parlato molto, forse troppo e strumentalmente, di sicurezza. Che risposta dai alle migliaia di cittadini che quotidianamente chiedono una risposta certa? E perché spesso il centrosinistra è a disagio a parlarne?
È a disagio perché pensa di affrontare la questione utilizzando dei toni un pochino più civili della destra, ma sostanzialmente le stesse proposte. Se ti vuoi occupare di sicurezza e quindi sconfiggere la criminalità, devi combattere la povertà che in questa città è economica, abitativa ed educativa. Quindi la nostra risposta come amministrazione non è assumere la Polizia Locale che sta negli uffici intasati dalle richieste di occupazione suolo della fashion week. Se ci fossimo occupati di assumere più educatori allora qualche risultato sulla sicurezza l’avremmo ottenuto. È lì che dobbiamo concentrare i nostri sforzi per salvare i quartieri in difficoltà.
Parliamo di primarie: si faranno? Se sì, devono essere di partito o di centrosinistra come nel 2016?
Devono assolutamente essere di coalizione, con chi ritiene di sottostare a quei valori di base. Ma servono anche a scrivere il programma. Se l’idea è prima programma e poi primarie allora è il beauty contest e vincerei io senza problemi. Le primarie non sono solo esercizio democratico, ma quello strumento che abbiamo per mettere in discussione gli errori che abbiamo fatto e per non farli più dopo. Di coalizione e con partecipazione libera di tutti i cittadini. È certo che si faranno, incerto il quando.
E verrà trovata una sintesi nell’ala più di sinistra della coalizione? Lei e Cucchiara avete aperto a una desistenza a favore di Majorino, Goisis no.
Io non ho aperto ad una desistenza a favore di Majorino. Mi è stato proposto di fare un tavolo che ancora non si è convocato. E io ho detto di certo nella vita solo le tasse e la morte, tranne quando si parla di miliardari, in quel caso solo la morte. Però si dialoga con tutti, il progetto che abbiamo costruito dal basso è indirizzato verso un obiettivo, vincere e governare questa città, con persone e programmi di sinistra.
Come giudichi la candidatura di un civico come Mario Calabresi oppure Massimiliano Lisa, a scapito di persone che hanno già maturato un’esperienza da amministratori come te?
La politica è per eccellenza qualcosa che appartiene a tutti e quindi per me più candidati ci sono meglio è, e vorrei vedere i cittadini comuni candidati alla guida della città, è questa l’aspirazione della democrazia. Quindi la vedo bene, poi come si dice nel rugby, su Calabresi, quando quelli grossi cadono fanno più rumore.
E la nostra professoressa della Statale Carlotta Cossutta? È della sua stessa area?
Lei è donna di sinistra non legata ai partiti, che due giorni fa ha fatto un evento in cui a quanto pare si candida. Io vedo con grande piacere politico che ci sia una candidatura come la sua che certamente può portare idee e proposte.

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