My Undesirable Friends, elaborando il trauma del fascismo

Cronaca quotidiana di una lotta senza fine

Uno dei film più memorabili dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia, My Undesirable Friends: Part 2 — Exile conferma l’incredibile importanza storica dell’intero racconto di Julia Loktev sull’opposizione russa.

Poco pri­ma che ini­zias­se uffi­cial­men­te l’invasione rus­sa dell’Ucraina, la regi­sta Julia Lok­tev sta­va già lavo­ran­do al rischio­so pro­get­to di My Unde­si­ra­ble Friends, docu­men­ta­rio che avreb­be dovu­to rac­con­ta­re la vita dei gior­na­li­sti di una del­le prin­ci­pa­li piat­ta­for­me di oppo­si­zio­ne poli­ti­ca allo­ra pre­sen­ti in Rus­sia, TV Rain. L’idea era quel­la di ripren­de­re minu­to per minu­to la vita di don­ne e uomi­ni dispo­sti a tut­to per dare voce al dis­sen­so, in un Pae­se dove il loro lavo­ro li ren­de­va poten­zia­li «agen­ti stra­nie­ri inde­si­de­ra­ti»: Anna Nem­zer, redat­tri­ce di TV Rain; Kse­nia Miro­no­va, gior­na­li­sta e com­pa­gna del pri­gio­nie­ro poli­ti­co Ivan Safro­nov; Ele­na Kostyu­chen­ko, gior­na­li­sta e atti­vi­sta LGBT, e mol­ti altri.

Documentario in divenire

Sin da quan­do il docu­men­ta­rio segue que­sto pia­no, nel­la pri­ma par­te inti­to­la­ta Last Air in Moscow, il suo enor­me poten­zia­le è subi­to evi­den­te: già solo il ten­ta­ti­vo di dare spa­zio alla sto­ria di que­ste per­so­ne sareb­be basta­to per ren­de­re il pro­get­to uno dei docu­men­ta­ri più impor­tan­ti degli ulti­mi anni. La vera svol­ta, però, avvie­ne con l’inizio del­la ope­ra­zio­ne mili­ta­re spe­cia­le rus­sa, nel feb­bra­io del 2022, quan­do la mor­sa del­la cen­su­ra e del­la repres­sio­ne diven­ta più inso­ste­ni­bi­le che mai. A que­sto pun­to TV Rain vie­ne uffi­cial­men­te chiu­sa, e tut­te le per­so­ne coin­vol­te si ren­do­no con­to che resta­re in Rus­sia signi­fi­ca veni­re arrestati.

Que­sto è il “col­po di sce­na” con cui ter­mi­na la pri­ma par­te. Ma inve­ce di spe­gne­re l’iPhone con cui ave­va ripre­so fino a quel momen­to, Lok­tev deci­de di segui­re i suoi «pre­zio­si ami­ci inde­si­de­ra­bi­li» nel­la loro fuga. Così, quel­lo che sareb­be dovu­to esse­re il rac­con­to di una quo­ti­dia­ni­tà dif­fi­ci­le, diven­ta la cro­na­ca in tem­po rea­le di una quo­ti­dia­ni­tà nega­ta, mai più recuperabile.

Una battaglia dopo l’altra

Il tito­lo dell’ultimo, for­se fin trop­po accla­ma­to film di Paul Tho­mas Ander­son, sareb­be qua­si più adat­to a que­sto docu­men­ta­rio. Sin dai pri­mi minu­ti di Exi­le capia­mo subi­to che stia­mo assi­sten­do a qual­co­sa di com­ple­ta­men­te ina­spet­ta­to per tut­ti: la sen­sa­zio­ne di shock è tan­gi­bi­le in ogni inqua­dra­tu­ra, così come il dolo­re e la dispe­ra­zio­ne di dover abban­do­na­re ciò che fino a poche ore pri­ma era con­si­de­ra­ta, pur con i suoi pro­ble­mi tutt’altro che accet­ta­bi­li, la pro­pria vita.

Da qui ini­zia una serie qua­si sur­rea­le di osta­co­li e pro­ble­mi che impe­di­sco­no la sem­pli­ce pos­si­bi­li­tà di svol­ge­re il pro­prio lavo­ro e vive­re digni­to­sa­men­te, in un mon­do dove non sem­bra­no esi­ste­re vie di fuga: dai costan­ti sfor­zi per tene­re in vita TV Rain fino a ten­ta­ti­vi di avve­le­na­men­to, pas­san­do per la mor­te di Alek­sej Naval­nyj nel 2024 e la rie­le­zio­ne di Trump nel 2025, il film per­cor­re in modo diret­to le rea­zio­ni imme­dia­te dei pro­ta­go­ni­sti, che nel frat­tem­po si sono disper­si in varie par­ti del mon­do e vivo­no situa­zio­ni dif­fi­ci­li anche dal pun­to di vista per­so­na­le, tra lut­ti fami­lia­ri e dif­fi­col­tà a tro­va­re un posto dove dormire.

Nuove microstorie cinematografiche

Tut­ti que­sti ele­men­ti ven­go­no rac­chiu­si sot­to il filo con­dut­to­re tema­ti­co del fasci­smo, per riflet­te­re sul peri­co­lo mai real­men­te scon­giu­ra­to, e anzi ormai asso­lu­ta­men­te con­cre­to, di un suo ritor­no (non solo in Rus­sia). Si trat­ta di una rifles­sio­ne sof­fer­ta, ine­vi­ta­bil­men­te irri­sol­ta in quan­to lega­ta a un pro­ces­so di ela­bo­ra­zio­ne che non può esse­re con­clu­so in poco tem­po, ma è pro­prio que­sto a ren­de­re My Unde­si­ra­ble Friends un’opera uni­ca: non è un luci­do reso­con­to sul gior­na­li­smo rus­so, come for­se la regi­sta avreb­be volu­to ini­zial­men­te, ben­sì il ritrat­to di un fram­men­to di vita, dei bre­vi momen­ti di sol­lie­vo e diver­ti­men­to che, nono­stan­te tut­to, con­ti­nua­no ad esistere.

Se in que­sto perio­do stan­no già uscen­do film come Mr. Nobo­dy Again­st Putin, che rac­con­ta­no temi simi­li in modo più con­ven­zio­na­le, My Unde­si­ra­ble Friends ver­rà sicu­ra­men­te ricor­da­to nei pros­si­mi anni pro­prio per­ché rinun­cia ai meto­di tra­di­zio­na­li in favo­re di un approc­cio total­men­te diver­so, pie­no di momen­ti mor­ti, volu­ta­men­te pri­vo di intrat­te­ni­men­to: diven­ta così fon­te per una sin­go­la, impor­tan­tis­si­ma fet­ta di micro­sco­pi­che sto­rie che altri­men­ti non sareb­be­ro mai sta­te raccontate.

Da docu­men­ta­rio sul gior­na­li­smo, dun­que, il film si tra­sfor­ma in docu­men­ta­rio sul­la sem­pli­ce ami­ci­zia che sta alla base di tut­to il pro­get­to, su «Ciò che acca­de tra le pie­ghe: le con­trad­di­zio­ni, il dolo­re e le risa­te inat­te­se». Pro­prio que­sto lega­me di fidu­cia così for­te, sen­za il qua­le sareb­be sta­to insop­por­ta­bi­le veni­re costan­te­men­te ripre­si da una tele­ca­me­ra, è sen­za dub­bio l’elemento più impor­tan­te di My Unde­si­ra­ble Friends e dei suoi micro­co­smi indi­vi­dua­li, in tut­ta la loro par­zia­li­tà imper­fet­ta. La regi­sta dichia­ra che «si è crea­ta una sor­ta di abi­tu­di­ne alla guer­ra» e che «que­sta “nor­ma­li­tà” è fol­le, esclu­de del tut­to il vis­su­to di chi la subisce».

Ebbe­ne, for­se il cine­ma oggi ha il dove­re di inter­ve­ni­re su ciò che vie­ne escluso.

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Leonardo Scoini

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