Nives Meroi: in cima al “quindicesimo Ottomila”

L’alpinista che, a un passo dalla vetta, ha scelto l’amore

Per Nives Meroi, la donna dei 14 Ottomila, l’impresa più grande, in fondo, è stata una rinuncia. A oltre 7.500 metri di quota, una lezione d’amore ed etica che scardina il mito della conquista a ogni costo.

Il 17 set­tem­bre 1961 nasce Nives Meroi, una del­le più gran­di alpi­ni­ste di tut­ti i tem­pi, non­ché la pri­ma ita­lia­na ad aver sca­la­to tut­te le vet­te da più di 8000 metri del pia­ne­ta, e l’u­ni­ca ad aver dimo­stra­to che, oltre a que­sti quat­tor­di­ci colos­si, esi­ste un “quin­di­ce­si­mo Otto­mi­la”: quel­lo del­l’u­ma­ni­tà, del­l’amo­re e del­la capa­ci­tà di rinunciare.

​Tra il caos dell’adolescenza e l’amore in cordata

​Nata a Bona­te Sot­to (Ber­ga­mo) e cre­sciu­ta tra le Alpi Giu­lie in Friu­li, Nives si avvi­ci­na alla mon­ta­gna in modo gra­dua­le, pas­san­do dal­le pri­mis­si­me escur­sio­ni nel perio­do di «quel pie­no caos ado­le­scen­zia­le nel qua­le non sai cosa vuoi e chi sei», alle fer­ra­te, fino all’ar­ram­pi­ca­ta e all’al­pi­ni­smo in alta quo­ta. Nives si inna­mo­ra del­la mon­ta­gna qua­si sen­za accor­ger­se­ne, fino a ren­der­si con­to che, da quel mon­do, non sareb­be più potu­ta tor­na­re indietro.

​Su quel­le stes­se vet­te, Nives tro­va anche l’a­mo­re: Roma­no Benet, che diven­ta il suo com­pa­gno di cor­da­ta e di vita. A que­sto pro­po­si­to, c’è anche un aned­do­to mol­to diver­ten­te: i due deci­do­no di spo­sar­si pro­prio pri­ma del­la loro pri­ma gran­de spe­di­zio­ne alpi­ni­sti­ca in Suda­me­ri­ca, nel 1989, così da poter sfrut­ta­re non solo i gior­ni di ferie, ma anche il con­ge­do matri­mo­nia­le. Da quel momen­to, Nives e Roma­no non si sepa­ra­no mai.

​L’arte della purezza: i 14 Ottomila in stile alpino

​Con Roma­no al suo fian­co, Nives com­pie impre­se leg­gen­da­rie: diven­ta la secon­da don­na al mon­do, non­ché la pri­ma ita­lia­na, a sca­la­re tut­te le quat­tor­di­ci vet­te supe­rio­ri agli otto­mi­la metri del pia­ne­ta. Ma a fare la sto­ria è soprat­tut­to la moda­li­tà con cui han­no scel­to di rag­giun­ge­re que­ste cime: nes­su­na bom­bo­la di ossi­ge­no sup­ple­men­ta­re, nes­sun por­ta­to­re d’al­ta quo­ta ad alle­sti­re i cam­pi o a bat­te­re la trac­cia, e nes­su­no spon­sor inva­si­vo a det­ta­re le regole.

​Le loro sali­te sono un eser­ci­zio di auto­no­mia e fati­ca pura: zai­ni pesan­tis­si­mi sul­le spal­le, la trac­cia sul­la neve pro­fon­da bat­tu­ta a tur­ni alter­ni e la gestio­ne del­la “zona del­la mor­te” affi­da­ta solo ai pro­pri pol­mo­ni e alla fidu­cia reci­pro­ca. Per Nives la mon­ta­gna non è un obiet­ti­vo da rag­giun­ge­re a tut­ti i costi con bra­mo­sia, ma un luo­go in cui misu­rar­si con le pro­prie inco­gni­te, pau­re e limi­ti, e anche dove sco­pri­re i pro­pri appi­gli sicu­ri. Un’e­splo­ra­zio­ne da con­dur­re con le pro­prie sole for­ze, sapen­do anche pra­ti­ca­re quel­la che lei e Roma­no chia­ma­no «l’ar­te del­la fuga sen­za ver­go­gna»: la capa­ci­tà di fare un pas­so indie­tro quan­do la pare­te diven­ta trop­po pericolosa.

​La rinuncia al Kangchenjunga: la cordata di vita che supera il record

​L’e­pi­so­dio che meglio incar­na l’e­ti­ca di Nives avvie­ne nel 2009 sul Kan­g­che­n­jun­ga. A più di 7.500 metri d’al­tez­za, a pochi pas­si dal­la cima e a pochis­si­me vet­te dal diven­ta­re la pri­ma don­na al mon­do ad aver com­ple­ta­to i quat­tor­di­ci Otto­mi­la, Roma­no avver­te un improv­vi­so males­se­re a cau­sa del qua­le non rie­sce a proseguire.

​In un ambien­te spes­so osses­sio­na­to dal­la vet­ta e dai pri­ma­ti per­so­na­li, Nives non ha un atti­mo di esi­ta­zio­ne: vol­ta le spal­le alla cima, rinun­cia alla cor­sa media­ti­ca e deci­de di ripor­ta­re a ter­ra il mari­to per sal­var­gli la vita. Segui­rà la dia­gno­si di una gra­vis­si­ma apla­sia midol­la­re e una lun­ghis­si­ma bat­ta­glia fat­ta di rico­ve­ri e tra­pian­ti. L’al­pi­ni­smo si fer­ma: la nuo­va mon­ta­gna da sca­la­re è la malat­tia, affron­ta­ta insie­me, un gior­no alla volta.

​Cin­que anni dopo, Nives e suo mari­to, ormai gua­ri­to, rie­sco­no a tor­na­re in Hima­la­ya e quan­do rag­giun­go­no final­men­te la vet­ta del Kan­g­che­n­jun­ga capi­sco­no di non esse­re soli, ma di far par­te di «una cor­da­ta allar­ga­ta a tut­te le per­so­ne insie­me alle qua­li ave­va­mo supe­ra­to la malat­tia: ami­ci, medi­ci, infer­mie­ri, fisio­te­ra­pi­sti, e quel gio­va­ne sco­no­sciu­to da cui Roma­no ave­va rice­vu­to il midol­lo, cioè una nuo­va pos­si­bi­li­tà di vita».

​Oltre la cima: la lezione d’umanità di Nives Meroi

​Festeg­gia­re l’an­ni­ver­sa­rio di Nives Meroi signi­fi­ca libe­ra­re l’al­pi­ni­smo dal­la soli­ta reto­ri­ca del “con­qui­sta­to­re”. Seb­be­ne il mon­do del­lo sport a livel­li pro­fes­sio­na­li impon­ga rit­mi ser­ra­ti e la cac­cia alle pre­sta­zio­ni per garan­ti­re le spon­so­riz­za­zio­ni, la sto­ria di Nives ci ricor­da l’e­si­sten­za di un’al­ter­na­ti­va basa­ta sul­la sen­si­bi­li­tà e sul rispet­to.

​Nives Meroi ci inse­gna che il valo­re di un’im­pre­sa non sta nel­la ban­die­ra pian­ta­ta ad ogni costo sul­la vet­ta, ma nel modo in cui si è scel­to di sali­re e, soprat­tut­to, nel­la capa­ci­tà di saper­si fer­ma­re. In un mon­do che ci spin­ge costan­te­men­te a per­for­ma­re e a vin­ce­re a ogni costo, la sua sto­ria ci dimo­stra che una rinun­cia det­ta­ta dal­l’a­mo­re e dal­la respon­sa­bi­li­tà vale infi­ni­ta­men­te più di qual­sia­si record.

Con­di­vi­di:
Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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