Nel 1986, a Reykjavík, Reagan e Gorbačëv negoziarono un limite ai missili nucleari. Che cos’avvenne prima, e come siamo arrivati qui?
Questo mese è prevista in Italia l’uscita del film The Brink of War, già approdato nelle sale statunitensi ad agosto. Il titolo italiano, L’orlo della guerra, lascerebbe presupporre un’ambientazione in qualche anteguerra, negli anni prima di un imminente conflitto — si pensi a Munich del 2021, sulla Conferenza di Monaco del 1938, sottotitolato The edge of war. E invece qui si parla di una guerra-non-guerra mai scoppiata e, anzi, di distensione nella Guerra Fredda.
L’episodio è quello del Vertice di Reykjavík (in Islanda) del 1986 fra i leader di USA e URSS, rispettivamente Reagan (Jeff Daniels) e Gorbačëv (Jared Harris), un passo avanti nel disarmo nucleare.
Il film si inserisce nel momento forse più ambivalente e apparentemente paradossale di una storia ricca di ambivalenze e paradossi, in merito soprattutto alle armi nucleari.
La divisione del mondo in due blocchi determinò talora la diffusa sensazione di una guerra civile imminente, e in altri Paesi guerre civili per procura ben più concrete e sanguinose; allo stesso tempo, i due “padroni” del mondo cercarono di stabilizzare e cristallizzare questa situazione, con una conventio ad excludendum nei confronti degli attori minori (si pensi alla Crisi di Suez del 1956).
In alcuni casi, anche con un mutuo (e muto) riconoscimento dei rispettivi campi d’influenza, come avvenne sempre nel 1956 con la Rivoluzione Ungherese e, nel 1968, con la Primavera di Praga: un decennio prima del vertice islandese, nella finlandese Helsinki (allora neutrale) la futura OSCE pacifista avrebbe portato a un riconoscimento de facto della sfera d’influenza sovietica nell’Est.
Kennedy e Chruščëv: gelo e disgelo
Questa ambivalenza passava proprio tramite la corsa alle armi atomiche, in un peculiare drôle de guerre: la minaccia della Mutua Distruzione Assicurata (MAD) era certamente un’ansiogena spada di Damocle, ma nella mente di molti fungeva da freno allo scoppio di una reale Terza Guerra Mondiale, mantenendo uno stallo a livello globale (anche se certamente non locale).
Così si spiegano le ambigue reazioni alla fine della Guerra Fredda, alla supposta “fine della Storia”: da un lato si dipingeva l’inizio di un’era più dialogante, globalizzata; dall’altro come il disgelo di un permafrost, da cui sarebbero fuoriuscite nuove tensioni, non ultimo il terrorismo.
Del resto, chi può dimenticare l’episodio del tenente colonnello Petrov, che all’inizio degli anni ‘80 riconobbe un falso allarme, disinnescando la guerra nucleare?
Ma la nostra storia inizia prima, dagli anni ‘60.
Il precedente approccio di Eisenhower (e Chruščëv) non sarebbe stato subito sconfessato dall’elezione di Kennedy nel 1960: il Presidente democratico avrebbe invano cercato di mettere in pratica l’invasione di Cuba (1961) progettata da Eisenhower, che sfociò nella Crisi dei Missili del 1962.
Fu uno dei momenti di maggior tensione della Guerra Fredda, disinnescato anche dal viceammiraglio sovietico Arkhipov.
Fu però questo anche l’inizio della distensione.
Già sotto Eisenhower erano iniziati i preparativi di uno dei primi trattati sul disarmo globale, anche nucleare, in seno all’ONU: gli Accordi McCloy-Zorin (1961). Lo stesso Kennedy, a pochi mesi dal proprio assassinio nel 1963, avrebbe firmato un nuovo accordo nientepopodimeno che a Mosca.
Oggi è ricordato come il PTBT, cioè parziale divieto di test nucleari; fu firmato insieme a Chruščëv (anch’egli alla fine della sua carriera, ma lui non lo sapeva) e al dubbioso conservatore britannico Macmillan.
Nixon e Brežnev: passi avanti
Nel 1963 Kennedy fu ucciso: gli successero il vice Johnson e, nel 1969, il repubblicano Nixon. Nel 1964 Chruščëv era stato esautorato dalla nomenklatura sovietica, da cui sarebbe uscito egemone Brežnev. Questi avrebbe irrigidito la propria dottrina sull’Europa orientale, teorizzandone la sovranità limitata.
L’amministrazione Nixon, segnatamente il ministro Kissinger, cercò una nuova distensione — soprattutto con la Cina, dalla «diplomazia del ping pong» alla «vietnamizzazione».
Ma il disgelo fu anche nei confronti dell’URSS: già alla fine degli anni ‘60 la NATO aveva adottato posizioni più elastiche; proprio nella capitale islandese, con il Segnale di Reykjavík (1968) aveva promosso l’idea di un disarmo bilaterale.
Così iniziarono i negoziati SALT I a Helsinki, fra Nixon e Brežnev, per un tetto al nucleare: condussero infatti al fondamentale trattato sui Missili Anti-Balistici (ABM) del 1972, firmato a Mosca, che limitava i missili usati contro le testate nucleari.

Neanche un mese dopo sarebbe scoppiato lo scandalo Watergate: nel pieno del proprio impeachment, nel 1974 Nixon riuscì a firmare (sempre a Mosca) il TTBT, che vietava i test sopra una certa energia.
Completata la legislatura dal vice Ford, la presidenza passò al democratico Carter. Nel 1979 Carter dialogò a Vienna con Brežnev nei SALT II, raggiungendo un’intesa non solo per limitare le armi nucleari, ma per vietare nuovi e ulteriori programmi.
A fine anno, tuttavia, l’URSS invase l’Afghanistan, in sostegno del nuovo governo comunista contro i mujaheddin. L’area non fu riconosciuta come competenza sovietica dagli USA, che non ratificarono gli accordi dei SALT II.
Reagan e Gorbačëv: tensione e distensione
Tutto sembrò precipitare di nuovo: l’Iran, il Nicaragua, El Salvador, gli Euromissili. Nel 1980 gli USA elessero il repubblicano di ferro Reagan, che nei suoi primi anni avrebbe rinnovato le tensioni con l’URSS (definendola «Impero del Male») e abbandonato l’idea della Mutua Distruzione Assicurata.
Non accontentandosi di quel precario e biunivoco equilibrio, Reagan nel 1983 annunciò un programma missilistico esteso allo spazio, l’Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), che avrebbe reso «queste armi nucleari impotenti e obsolete». Il programma venne subito ribattezzato Guerre Stellari.
Nel frattempo, l’anziano e malato Brežnev era morto. Il successore, il moderato Andropov, si trovò ad affrontare le tensioni con Reagan (fra cui l’episodio di Petrov). Morì presto, nel 1984: fu scelto Černenko, anch’egli moderato, anziano e ancora più malato. Fu però con lui che riprese il dialogo con Reagan, accelerato dopo la sua morte nel 1985.
Fu infatti nominato il progressista Gorbačëv: noto per le riforme interne, meno ricordato è il novoe myshlenie (‘nuova mentalità’), che abbracciava questa distensione.

Furono loro due i protagonisti del Vertice di Ginevra del 1985, nella neutrale Svizzera, e soprattutto del Vertice di Reykjavík del 1986, che non rappresentò però una risoluzione immediata: USA e URSS convennero sulla necessità di una denuclearizzazione, ma Gorbačëv rimaneva piuttosto scettico dell’SDI, a suo avviso una violazione del trattato ABM; a poco valevano le rassicurazioni di Reagan su una sua estensione all’URSS.
Ma alla fine l’accordo arrivò, nel 1987, stavolta a Washington D.C.: era il trattato sulle Forze Nucleari a Medio raggio (INF) — in sostanza, gli euromissili. Il trattato fu definitivamente ratificato l’anno dopo a Mosca.
E dopo Reykjavík?
Nel 1989, a Reagan seguì il vice Bush Sr., traghettatore degli USA attraverso la fine della Guerra Fredda.
Proseguirono gli incontri con un Gorbačëv sempre più in difficoltà e la cerniera fu proprio Reagan. Il Vertice di Malta (1989) sulla fine della Guerra Fredda, che la stampa ebbe buon gioco a definire «nuova Jalta», fu più che altro simbolico.

Più importante, nell’estate del 1991, lo START I: per la prima volta, l’ottica era esplicitamente di riduzione numerica e non limitazione — di calo, non rallentamento.
Neanche un mese dopo, il putsch di agosto fece tremare l’URSS di Gorbačëv, che si sciolse sotto le spinte della nuova Russia di El’cin. Quest’ultima era in difficoltà e si risolse a un para-atlantismo: a Mosca, a gennaio del 1993, un Bush Sr. ormai dimissionario firmò con El’cin lo START II, che vietava i MIRV (missili con più bombe nucleari autonome).
Sotto Clinton, più favorevole ad accordi multilaterali, nel 1996 fu firmato all’ONU un TBT Totale (CTBT), mai entrato in vigore: mancano le ratifiche necessarie di USA, Russia, Cina, Iran ed Egitto.
Con il nuovo millennio, l’avvento di Bush Jr. e Putin portò inizialmente a una collaborazione fra i due Paesi, nel quadro del multivettorialismo russo, specie dopo l’11 settembre.
Questo scivolò però presto in una “Nuova Guerra Fredda”, quando la Guerra al Terrorismo di Bush comportò rinnovato interventismo, un nuovo SDI e la revoca del trattato ABM — mentre specularmente la Russia irrigidiva il proprio autoritarismo e secedeva di rimando dallo START II.
Il «reset russo»
Intanto, nel 2002, il Trattato veniva sostituito da quello sulle Riduzioni Offensive Strategiche (SORT), sempre a Mosca: la ministra Rice lo definì «l’ultimo trattato del secolo scorso», ma non era permanente e non prevedeva ispezioni.

Nel 2008, la contemporanea elezione di Obama e Medvedev fece parlare la ministra Clinton di «resettaggio»: nel 2010 fu effettivamente firmato il Nuovo START, a Praga, per il dimezzamento dei missili con ispezioni.
Arrivò però la Crimea, e poi Trump con una politica più anti-cinese, che lo portò a ritirarsi dal trattato INF, già violato dalla Russia. Quest’ultima, dopo aver invaso l’Ucraina, si è di fatto ritirata anche dal Nuovo START, mentre il Medvedev del «resettaggio» ha preso a minacciare sempre più spesso l’uso dell’atomica.

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