Sanzioni UE. Ungheria, un fallimento sistematico o un successo dell’Unione?

Capire come le sanzioni hanno cambiato il futuro di un paese.

Il diritto europeo non è mai una formalità e ci sono stati casi in cui l’UE si è trovata costretta a imporlo in maniera autoritaria tra gli Stati membri. L’Ungheria può essere considerata tra i bersagli più famosi di tali meccanismi. Questo a causa della regressione democratica del Paese e della riluttanza nel tradurre le direttive europee in azioni legislative concrete.  

Nel­la sto­ria del­l’UE due sono sta­ti i pae­si che han­no por­ta­to all’at­ti­va­zio­ne del­la cosid­det­ta Nuclear Option del­l’arti­co­lo 7 del Trat­ta­to sul­l’U­nio­ne Euro­pea (TEU). L’Un­ghe­ria è uno di que­sti pae­si, ma per­ché? 

Viktor Orbán e il trend antidemocratico

Dal­la sto­ri­ca vit­to­ria di Vik­tor Orbán alle ele­zio­ni del 2010, con il 57% dei voti, segui­ta alla cadu­ta del pre­mier socia­li­sta Ferenc Gyurc­sá­ny tra­vol­to dal­lo scan­da­lo del “Lie Speech”, il pre­si­den­te di Fidesz non ha mai fer­ma­to la sua “ristrut­tu­ra­zio­ne”. Orbán si vide in mano la pos­si­bi­li­tà di ini­zia­re subi­to il cam­bio dra­sti­co che non poté attua­re nel suo pri­mo man­da­to tra il 1998 e il 2002. Con una serie di leg­gi rapi­de e mira­te, Orbán riu­scì ad accen­tra­re il pote­re giu­di­zia­rio nel­le sue mani, cam­bian­do nel giro di nove gior­ni la costi­tu­zio­ne, per­met­ten­do al par­la­men­to di deci­de­re tut­ti i mem­bri del­la Cor­te Costi­tu­zio­na­le. Ricor­dia­mo che al tem­po il par­la­men­to era di ultra-mag­gio­ran­za di Fidesz.  

Già in que­sto pun­to del­l’i­ter di regres­sio­ne demo­cra­ti­ca, l’U­nio­ne ini­ziò ad atti­var­si, sta­bi­len­do dia­lo­ghi bila­te­ra­li e pub­bli­can­do giu­di­zi nega­ti­vi, nel ten­ta­ti­vo di pro­teg­ge­re lo sta­to di dirit­to del­l’UE e del­l’Un­ghe­ria, sen­za però risul­ta­ti con­cre­ti. L’evoluzione del regi­me con­ti­nua però negli anni, il trend anti­de­mo­cra­ti­co fio­ri­sce in Unghe­ria, con un gra­dua­le e siste­ma­ti­co accen­tra­men­to del pote­re ese­cu­ti­vo nel­le mani di Orbán a Fidesz. Sim­bo­li­co il discor­so del pri­mo mini­stro ad un work­shop uni­ver­si­ta­rio a Băi­le Tuș­nad în Roma­nia nel 2014, dove defi­nì il pro­get­to del­la sua Unghe­ria come la costru­zio­ne di un vero e pro­prio “sta­to illi­be­ra­le, uno sta­to non-libe­ra­le”.  

L’attivazione dell’articolo 7

Tut­to que­sto diven­ne un segna­le per l’UE. Il 12 set­tem­bre 2018, con un voto di 448 a favo­re, 197 con­tro e 48 aste­nu­ti, il Par­la­men­to del­l’UE atti­vò per la secon­da e ulti­ma vol­ta nel­la sua sto­ria l’ar­ti­co­lo 7 del TEU. Que­sta mos­sa mira­ta a detro­niz­za­re Orbán scos­se for­te­men­te il pae­sag­gio euro­peo, che per la secon­da vol­ta nel giro di due anni vide l’UE atti­var­si nel con­tra­sta­re le azio­ni di un mem­bro atti­vo del­l’U­nio­ne. Ma qua­li furo­no le con­se­guen­ze? Cosa signi­fi­ca effet­ti­va­men­te per l’Un­ghe­ria la deci­sio­ne euro­pea? 

L’ar­ti­co­lo 7 del TEU si strut­tu­ra in due fasi: la vota­zio­ne per pro­ce­de­re e un voto fina­le una­ni­me per l’at­ti­va­zio­ne tota­le. L’at­ti­va­zio­ne del­l’ar­ti­co­lo 7 con­tro l’Un­ghe­ria è in stal­lo fin dal voto ini­zia­le, a cau­sa del soste­gno reci­pro­co con la Polo­nia, nel­la mede­si­ma situa­zio­ne dal 2017.  

Le con­se­guen­ze per il pae­se non sono sta­te però nul­le, soprat­tut­to dal pun­to di vista eco­no­mi­co. L’UE ha deci­so, tra­mi­te l’u­ti­liz­zo di diver­si stru­men­ti, di pri­va­re l’Un­ghe­ria di ingen­ti som­me di fon­di. Dopo le con­ti­nue pres­sio­ni del­le prin­ci­pa­li isti­tu­zio­ni euro­pee, nel 2022 l’UE ha deci­so di muo­ver­si con la sospen­sio­ne di fon­di uti­liz­zan­do la Con­di­tio­na­li­ty Regu­la­tion del 2021, il Reco­ve­ry and Resi­lien­ce Fund (Next Gene­ra­tion EU) e infi­ne il Part­ner­ship Agree­ment di ogni Sta­to UE, per un tota­le di 28,3 miliar­di di euro con­ge­la­ti.  

Conseguenze delle sanzioni economiche

Nel 2023, l’Un­ghe­ria si tro­va quin­di in una situa­zio­ne eco­no­mi­ca pre­ca­ria, ma dal pun­to di vista poli­ti­co, que­ste misu­re han­no fun­zio­na­to? In bre­ve, no. Orbán ha pro­se­gui­to le sue poli­ti­che auto­ri­ta­rie e anti-euro­pei­ste, osta­co­lan­do con veti gli aiu­ti UE all’U­crai­na e avvi­ci­nan­do­si, per bypas­sa­re il con­ge­la­men­to dei fon­di euro­pei, ad altri part­ner come la Cina. La linea poli­ti­ca resta quin­di qua­si inva­ria­ta, come con­fer­ma la mul­ta di 200 milio­ni di euro (più 1 milio­ni per ogni gior­no di ritar­do) inflit­ta nel giu­gno 2024 per il man­ca­to rispet­to del New Pact on Migra­tion and Asy­lum. Que­sto som­mar­si di avve­ni­men­ti ha por­ta­to a stan­dard di vita dra­sti­ci, una sostan­zia­le ero­sio­ne del­le liber­tà civi­li e un mal­con­ten­to gene­ra­le del­la popo­la­zio­ne.  

Eppu­re, sono sta­ti fun­zio­na­li all’evento che indub­bia­men­te ha scos­so il futu­ro del pae­se: l’elezione di Peter Magyar nell’aprile 2026. Con una vit­to­ria sen­za pre­ce­den­ti (55,26%), il pre­si­den­te di Tisza è riu­sci­to a por­ta­re il regno di Orbán al ter­mi­ne e a dare spe­ran­za al popo­lo unghe­re­se, non­ché all’UE nel suo ten­ta­ti­vo di argi­na­re il pro­ces­so di ero­sio­ne demo­cra­ti­ca del pae­se.  

L’effettività del­le san­zio­ni UE rima­ne quin­di un for­se; da una par­te han­no sicu­ra­men­te aiu­ta­to nel crea­re una serie di con­di­zio­ni neces­sa­rie al cam­bia­men­to, dall’altra han­no però man­ca­to di con­cre­tez­za e for­za, aven­do per­mes­so a Orbán di regna­re per 16 anni. Rima­ne da capi­re se l’UE deb­ba quin­di cam­bia­re e rin­for­za­re i pro­pri mec­ca­ni­smi difen­si­vi, quan­do que­sti esi­sto­no per difen­de­re i valo­ri fon­dan­ti e costi­tuen­ti dell’Unione. 

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Luca Di Mario

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